KUNDERA PER ADELPHI. Dentro la mia storia di lettrice.

La notizia della scomparsa di Kundera mi ha fatto riesumare un arguto intervento su Rivista Studio.
Pascale, un po' graffiante e un po' sorridente, traccia un ritratto pop della casa editrice più pensosa, prendendo ad esempio il caso editoriale de L'insostenibile leggerezza dell'essere, negli anni dell'edonismo reaganiano di Roberto D'Agostino e della Milano da bere. Vale la pena di leggerlo, è un bel pezzo.


Anch'io ragazzina scoprii Adelphi con Kundera e viceversa.  Non proprio al momento della pubblicazione della Leggerezza, ma solo qualche anno dopo. È possibile che sia stato anche un fenomeno pop, ma io ringrazio entrambi - autore ed editore - per ciò che Kundera ha dato a me ragazza e per ciò che Adelphi continua a darmi: proposte di valore in volumi dalla veste sobria e dalla carta di pregio. 
Con Adelphi mi sono appassionata a Marai, Canetti, Roth (Joseph), Singer, al McCourt delle Ceneri (dopo mi è piaciuto meno). Con Adelphi ho ritrovato il Durrel della mia preadolescenza,  Sciascia, lo stupefacente Gadda e quel Simenon così amato da mio padre.

Insomma, MILAN KUNDERA, L'insostenibile leggerezza dell'essere, Adelphi, 1985 è una pietra miliare della mia storia di lettrice e di donna. Penso che lo stesso valga per molti. 

Forse è, o fu, pop. Ma un pop di valore.

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