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POCHI, MALEDETTI E SUBITO. Ovvero, del riposo del professore.

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Sono felice: c'è una buona probabilità che il prossimo anno non litigheremo più fra colleghi per avere il sabato libero. Che sollievo!   Pare che si sia orientati a imprigionare a scuola quei poveri fanciulli per nove ore (nove!) un giorno a settimana e ad abbreviare il tempo di lezione. Così mi regalano pure una riduzione oraria senza riduzione di paga, non potrei essere più soddisfatta. Che poi, visto che si tratta di una scelta consapevole e meditata, non dovrò più nemmeno sbattermi a pianificare interrogazioni strategiche a tutela dei tempi di Tiziocaio, potrò infischiarmene delle metodologie laboratoriali e innovative, dei PC   delle AI dei tools dello storytelling del porcocane, perché pare che la richiesta sia chiara: l'imperativo è RIDURRE I TEMPI. In pratica, "pochi, maledetti e subito" in versione educational . Chi sa sa, chi capisce capisce. Finalmente un po' di riposo. Ma che è allora questo sapore amaro là in fondo alla gola? È che... Ricordo ...

PROGRAMMAZIONE DIACIPLINARE. Nel salto in alto non sono brava, ma mi diverte.

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Cose che mi contraddistinguono : •arrivare all'ultimo momento, •arrivare sudata •artivare preparata, che poi voglio stare tranquilla, •curare i dettagli  •curare troppo i dettagli, •andare a cercarmi i guai, •farmi prendere dall'entusiasmo, •non guardare l'orologio, •essere testarda,  •essere polemica, •mugugnare, •mugugnare, •essere polemica, •essere testarda. Dunque anche quest'anno la mia programmazione: •arriva all'ultimo momento (ma forse forse non ultima), •mi ha sfiancata, •approfondisce dettagli didattici di cui non frega nulla a nessuno, •mi farà pentire entro un mese, •mi è piaciuto pensarla, mi è piaciuto organizzarla, mi è piaciuto stenderla, mi è piaciuta e mi piace, •mi ha tenuto sveglia la sera ben oltre l'orario canonico della nanna, •voleva adeguarsi al trend del copincolla e non ce l'ha fatta manco stavolta. Per ora polemicamente sogno, a breve mi lamenterò. As usual.

Non insegno/bis

« Sembra un po' che tu ce l'abbia con qualcuno », mi scrivono la mattina di buon'ora. È un effetto collaterale della condivisione pubblica dei miei entusiasmi domenicali.  Santo cielo, no. O meglio: sì, sì che ce l' ho: con la scuola spenta, non autentica. Il commento ricevuto mi ha "costretta" ad andare indietro con la memoria di quasi trent'anni e vi assicuro che non è sempre stata così, la scuola. Ricordo attività interdisciplinari sul campo, collaborazioni stimolanti, esperienze didattiche; ricordo vecchi colleghi oggi in pensione che proponevano e agivano. No, non è sempre stata così la scuola, ci siamo spenti nell'ultimo decennio. Allora, sperando di chiarire il mio pensiero, cercherò di farmi perdonare entusiasmi e frecciate e di sviluppare un ragionamento più articolato. *** Credo che ci sia una grande bugia inconsapevole alla base: gli insegnanti non sono affatto coloro che trovano una collocazione professionale in linea con la propria formaz...

NON INSEGNO. Una dichiarazione d'amore (e di resistenza) alla scuola

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Riflessioni a caldo sulla didattica della storia, della geografia, della lingua. Non insegno storia per infilare date e far sottolineare pagine. Insegno storia perché amo cercare e vorrei vederli in ricerca. Non insegno geografia per far colorare quaderni o giocare al tour operator. Insegno geografia perché credo in una didattica del territorio,  amo osservare le forme del paesaggio, confrontare i dati, interrogare i capannoni e i declivi . E vorrei imparassero che il libro più ricco lo hanno attorno a sé. Non insegno italiano perché sappiano spiegare il complemento predicativo. Insegno italiano perché  vivo la scrittura - e l'educazione linguistica -   come imprescindibile esercizio di consapevolezza, trovo che la sfida della parola sia la più intrigante e so che la parola praticata arricchirebbe le loro vite. Il mio vagare per sentieri, entrare in pericolanti laboratori pieni di ragnatele, interrogare gli indigeni sulle colture e il popolamento, scrivere per ...

Un dolore intollerabile.

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Un' altra vittima. E già si fa avanti la squallida sequela dei "ma": ma sono troppo fragili, ma anche ai nostri tempi abbiamo sempre scherzato, ma alcuni atteggiamenti provocano, ma non si integrava, ma ci devono essere delle altre cause, ma, ma. E, in questo modo, tac! Le nostre coscienze risciacquate alla bell'e meglio e i Paolo, i Michele, i Leonardo, le Caroline da vittime a responsabili in un attimo. Sipario. Che, poi, tutti i "ma" funzionano benissimo finché un certo giorno, in un certo posto, in un certo contesto è nostro figlio ad essere preso di mira, isolato, segnato a dito. Dite che è impossibile? Ingenui, in bocca al lupo! Ho visto cose, tranquilli, e la vita è lunga; avrei meno fiducia nella buona sorte e nella incrollabile autostima: perché di questo si tratta neh, buona sorte e autostima. O pensiamo sinceramente che i nostri figli siano superiori? A me non par vero che la risposta possa essere «potenziare i servizi di neuropsichiatria infan...

LESA MAESTÀ. ANCORA DI CONTICINI.

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La scuola italiana non è immobile. O, meglio, è rimasta colpevolmente immobile nei principi fondanti del peggior gentilianesimo (nel senso che ci sono tratti del pensiero di G.G. che avrebbero potuto essere valorizzati, ma si è preferito premiare classismo e antipedagogismo). Si è però trasformata, la scuola, nel tempo; piano piano, riforma dopo direttiva e indicazione dopo riforma, ha mutato pelle: da "scuola dei filosofi" (avercene!), è diventata "scuola dei contabili". Dietro, una silenziosa e lacerante dicotomia: mentre i documenti ministeriali andavano arricchendosi di dichiarazioni ideali (significatività, autonomia, esperienza, cittadinanza, valenza formativa, inclusione, motivazione), le prassi di valutazione si facevano via via più assillanti, automatiche, classificatorie, chartizzate. La ragione, l'unica vera ragione, è stata la sfiducia: sfiducia delle famiglie nella scuola, sfiducia degli insegnanti nelle loro prerogative. Così "valutare" ...

TESTIMONIANZA. Ancora di valutazione e amenità simili.

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Condivido una riflessione un po' sovversiva. Chi mi conosce sa che il voto non mi appassiona, che dei voti non mi fido nemmeno quando li metto io. La mia mentore, la mia prof di lettere al liceo, sosteneva che un insegnante "deve saper mettere un quattro come fosse un premio e un otto come fosse uno schiaffo". Io non credo di esserne capace, ma ci provo e le ragioni sono ben spiegate in questo commento, rubato da un social network. «Non ho mai fatto i compiti (dalle elementari al liceo). In alcune materie non avevo intenzionalmente il quaderno. Al liceo scientifico avevo 2 in matematica, nonostante fossi andato alle olimpiadi nazionali di matematica e ho poi studiato ing. fisica al PoliMi. Avevo appena il 6 in filosofia, nonostante leggessi le opere dei filosofi dalle elementari. Sono stato bocciato per ritorsione di una prof (poi allontanata dall'istituto per problemi psichici). La prof di matematica e informatica disse ai miei genitori di scegliere per me tra la ve...

DIARIO POLVEROSO DI UN CONTABILE SUO MALGRADO

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5/5 L'ossessione del voto mi consuma. E li spegne. Il voto, il numero, è vissuto dai miei alunni come una retribuzione e un trofeo (o un giorno di magra e un'onta, a seconda dei casi). È fine a sé stesso ed è l'unico vero fine della fatica. Per il voto forse non si fa tutto, ma certo tutto si fa per il voto. Il numero è così potente, che rischia di uccidere qualunque interesse spontaneo. Ora: pensiamo a quanti fattori influenzano un voto numerico, compresa la quasi inevitabile "media" fra conoscenze e competenze diverse, compresa la quasi inevitabile dose di soggettività nella verifica, sia in fase di progettazione, sia nella valutazione. Pensiamo alla povertà di uno sforzo cognitivo finalizzato unicamente ad una performance limitata e circoscritta. Pensiamo - in prospettiva - ad un lavoro, qualunque lavoro, svolto unicamente per la retribuzione. Dove sta il "merito" in tutto ciò? Dove sta la crescita personale? Dove stanno la cultura e la "...

VORREI SOTTRARMI. Riflessioni sulla valutazione: perché la scuola misura troppo e capisce troppo poco.

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Pagelle, medie, registri, numero congruo di valutazioni: ciò che non vogliamo ammettere. Maggio. Rosita, Ciccio, Marisol, Pierino affrontano verifiche a raffica, effetto dell'ossessione quantitativa della nostra scuola . Sfornano fogli di protocollo vergati in nero-blu a ritmo industriale. Ditemi a quale scopo, onestamente. La cultura. La preparazione. Lo studio. Se davvero crediamo servano principalmente a plasmare una persona migliore, non dovremmo preoccuparci così tanto di misurare con precisione chirurgica le prestazioni  in base ad uno standard prestabilito. Il premio andrebbe a chi ha percorso più strada. Anche in prospettiva "sociale", la disponibilità ad auto-migliorarsi è preziosa. Ma noi, invece, maniacalmente misuriamo e confrontiamo su una scala decimologica omogenea. E se fosse, semplicemente, che valutiamo a scopo certificativo perché la società richiede - e dunque premia - specifiche conoscenze e capacità da impiegare? Bene, forse, ma in questo caso n...

OUTDOOR

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A tratti ci incastriamo dentro i tecnicismi, il cuore si avvolge di compiti da assolvere come un panino nel domopack. Perdiamo lo sguardo e le parole. Ho due anime. Una è schietta e morbida. Una è efficiente e calvinista: lei sa, lei studia, lei analizza, lei lavora. È un'anima giudicante. Chi ne ammira i risvolti operativi, me la foraggia inconsapevolmente. Lei funziona ma è antipatica, ve lo garantisco, anche se sembra ganza. Con quest'anima vado al lavoro ben equipaggiata, rispondo alle e-mail curando urbanità e precisione, raccolgo annotazioni dalle mie letture in ordinate cartelle nel drive. Passo dal microscopio delle virgole al telescopio del domani, ma sono miope e miope rimango. Con quest'anima assegno voti insulsi a compiti sofferti, accidenti a me. Talora la imbriglio - nella schiuma amarognola di una birra fresca o nella fresca risata di un alunno, se mi innamoro di una parola, quando inciampo nella bellezza o nel dolore o in quella strana cosa che è la vi...

La penultima Unità di Apprendimento, i maggiociondoli e Spotify.

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L' Unità di Apprendimento che fiorisce dopo Pasqua sa di finestre spalancate e maggiociondoli. Ti dà una strana illusione di giovinezza, come l'uscire il mattino con la giacchetta leggera. Con questo spirito sbarazzino affronto il fake storico della paura dell'anno Mille e poi la psicosi vera del Millennium Bug, che chi se la scorda quella. Così, parlando con la leggerezza con cui si commentano i fatti del giorno, mostro la foto di qualche paginata di giornale e intercetto sguardi incuriositi e perplessi, intravvedo sorrisini... tipo quando chiedono perché si usassero le cabine telefoniche. Stop. Un attimo, questi sono nati nel...? «Duemilaetredici, prof». «Cosa vi fa ridere?» Ecco: il computer che compare nell'immagine, anzi «quel coso». Ma, chiedo, «se vi parlo del Duemila, voi cosa pensate?» «Che mia mamma era alle elementari!» «Eh, sei fortunata, hai una mamma giovane...» «Ma nooo! Ha più di trent'anni!» E ride. No, a lei non sembra giovane, perché "ai ...

PERCHÉ LA SCUOLA NON DEVE SCENDERE A VALLE. Competenze trasversali e crescita autentica: ciò che i sentieri insegnano.

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RIFLESSIONI SU UNA DIDATTICA DEL TERRITORIO E SU UNA PEDAGOGIA DELLE RADICI. Esco all'una, coi ragazzi che precipitano in frotta per le scale, e li guardo. Chi di loro resterà qui, a salire e scendere e superare dislivelli e disagi, a scrutare  la tenuta di un muro a secco che sfida il tempo mentre l'Internet gli permette di interagire col mondo?   La montagna si spopola, attratta dall’energia, dalle opportunità dei centri urbani. Eppure, resta una risorsa preziosa, anche - soprattutto? - per voi che vivete laggiù: un vero laboratorio di competenze. La  vita in montagna è possibilità di tutela, forse l'ultima: tutela del territorio, tutela dell'umanità.   Vivere la montagna significa imparare la consapevolezza di sé, avere in dono spazio e tempo per riflettere; in quota si svela l’essenziale e  alla lunga ciò che è superfluo finisce per essere ridicolo.   Dentro le aule rumorose e nei muti registri digitali spesso accantoniamo ciò che è verame...

Cresceranno e li saluterai. Ancora.

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Uno che parla. Non a vanvera, parla serio, spesso anche con cognizione di causa, però sempre. Lui non interviene, è già intervenuto; risponde prima dell'interrogato, finisce le tue frasi, postilla. Uno che cincischia, tutto. Pasticcia con astucci, carta, giochini; smozzica le parole, un po' per insicurezza un po' per pigrizia; si trastulla perdendo tempo, talvolta si ferma e basta, in attesa di nulla. È un buon diavolo, è amico di tutti, ma lui, sempre, cincischia. Una sussurra. Spettegola? Racconta? Intrattiene? Chiede? Lo sa Iddio, lei, comunque, sussurra. Poi dimentica il libro. Poi perde pezzi di lezione e "ma io questo non l'ho capito tanto". La sua vita è un sussurro, ma zompetta felice in bagno, ti regala una caramella, ti lascia un bigliettino colorato e dunque - si intende - amici come prima, no? Una sogna a occhi aperti e a voce alta. I suoi sogni sono già progetti e sono inversamente proporzionali alla sua statura ancora nanetta, di bimba. Lei, p...

IL SABATO SCOLASTICO

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Il biondino si scalda."Tranquillo, che non è colpa dell'Internet, è che sono carogne a prescindere". Noi dobbiamo - dovremmo - educare, ma che vuoi, questa gabbia di matti è schizofrenica: i vertici in balia dell'improvvisazione, la base un po' sclerotica, il contesto isterico. Anche la vecchia prof è piuttosto upset :  "Stiamo scivolando nel non senso". E finisce che spariamo sulla Croce Rossa, su chi si arrabatta a tentare di far funzionare le cose; vedi che Goldilocks è esausta. Si naviga a vista, fra denari vanamente elargiti a piene mani e croniche miserie serie, fra voraci cacciatori di supplenze virtuali e incancreniti incarichi a compenso simbolico, fra algorithmi terribiles e sterili nostalgie di calamai. Sala professori, sabato mattina.  〰️ Il sabato scolastico è una goduria, per chi ha sense of humor e olimpico distacco.  Io raramente. Il sabato è il setaccio, raccoglie ciò che resta della settimana scivolata v...

Il maestro Manzi e le corone da arrosto .

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Orizzontescuola: il maestro Manzi Delle elementari ricordo i pensierini quotidiani: così semplicemente si imparava a scrivere! Una pagina al giorno di libertá espressiva, poi i disegni sul quaderno, un disegno per ogni "pensierino", e un commento della maestra in fondo ad ogni pagina.  Ricordo infinite ricerche di gruppo accompagnate da eccellenti merende, meravigliosamente poco sane; ricordo i problemi da risolvere, tanti problemi, tutti ben organizzati con i dovuti colori; e poi le letture, accuratamente scelte per incantarci, e le poesie. Alle elementari c'erano sempre un sacco di figure da ritagliare, fogli da impiastricciare e discussioni; ricordo persone che venivano a raccontarci cose, cose interessanti: come funzionava la banca, o come combattere certe malattie orribili. Poi ci regalavano un righello colorato o ci timbravano il braccio con il test della TBC. Alle medie c'erano i libri: non so perché, non ne ricordo prima. So che fino alla quinta ne...

REACTIONS. Ovvero, la chat docenti a settembre.

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WhatsApp, la chat dei docenti a settembre. "Venghino signori" al circo: è il mio circo personale, il luogo dove il sorriso diventa vaccino, dove si pratica la profilassi per passare attraverso le prime settimane di scuola senza gastrite. 🗓️ Ieri la vice pubblicava l'orario dei prossimi due giorni: cuori, pollici, grazie ❤️👍🙏. Un quarto d'ora dopo si comunicava una variazione per oggi e si avvisava di possibili cambiamenti per domani. Meno cuori, diversi pollici, qualche grazie 😶: l'orario lo faccio pubblicare alla vice giusto per evitare di assumermi pubblicamente la responsabilità. È che - fra la preparazione della lezione di storia e i primi sogni relativi alla programmazione di geo e la correzione dei test di ingresso - devo fare questa cosa dell'orario e non ho mica capito se sono più temuta o odiata dai colleghi, ma davvero non è facile. Fra la prima e la seconda comunicazione della vice, ad esempio, è trascorsa una manciata di minuti 🕓, ma sono a...

Articolazioni come tapparelle.

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Le aule antiche danno su corridoi  chiusi, altissimi, resi soffocanti dalle pesanti porte tagliafuoco. La tromba stretta e fredda delle scale ripide è percorsa ancora, cent'anni dopo, da voci squillanti, incongruenti all'architettura come un cappello mal abbinato all'abito. Enormi termosifoni di ghisa. Finestre lunghe lunghe, infissi rinnovati e tapparelle rotte. Aule dai nomi tetri incisi su cimiteriali lastre di marmo.  No, non mi piace. Mi appoggio pericolosamente ad una cattedra instabile e penso che non mi piace. Guardo un muro di pietre vive, il panorama che offre questa finestra,  e penso che no, la scuola dovrebbe essere un luogo luminoso, arioso, fantasioso. Ampio. Aperto. Allegro. Scruto queste faccine rosee - uno sguardo fiducioso, uno indagatore, uno insolente - e penso che questa scuola è troppo vecchia, questa prof troppo vecchia, anche se entrambe fanno del loro meglio per rispondere.  I piccoli pensieri seduti di fronte a me non hanno motivo alcuno di...

Ai blocchi di partenza, ho fatto un figurone.

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Sono iniziate le Fantozziadi di istituto. E le vincerò io.  Ne sono certa, perché mi alleno da una vita e perché mi sono sempre piazzata bene. Ma, soprattutto, perché già ai blocchi di partenza quest' anno ho fatto un figurone. Devo innanzitutto ringraziare il sole, la vitamina D, la vita all'aria aperta e l'ottima cucina di tanti  genitori, che hanno fatto sì che non riconoscessi i compagni di scuola di mia figlia. Qualche mesetto di libertà, un po' di ormoni in circolo e voilà: "Ma tu in che classe sei?". Questo già prima di entrare a scuola.  La concentrazione e la preparazione giocano un ruolo importante quando competi. Io sono entrata in classe preparatissima e concentrata. Avevo diligentemente modificato la password del registro elettronico (come periodicamente richiesto) e l'avevo memorizzata. Oddio, no, non proprio quella del registro, è vero, quella di uno dei duemilacinquecento portali a cui dobbiamo essere registrati per i libri, l'aggiornam...

DIES IRÆ

Dies iræ, dies illa solvet sæclum in favilla teste David cum Sibylla. Quantus tremor est futurus quando iudex est venturus cuncta stricte discussurus. L'incipit del Dies Iræ mi tormenta da ieri.  Si sgranano rapidissime le giornate intense di preparazione dell'a.s. e, mentre fremo di entusiasmo per le meraviglie che potrò scoprire con i miei ragazzi, di quando in quando trapela, si lascia intuire in qualcuno questo piglio da cuncta stricte discussurus   che mi provoca sconforto. Inutile e così lontano da tutto ciò che mi ha formato: la ragione e l'amorevolezza di Don Bosco, la " testa ben fatta " anziché "ben piena" di Morin, la pedagogia  maieutica.  Credo nell'uomo, posso continuare a crederci, perché " io partecipo dell'umanità "  e perché ho abbastanza primavere sulle spalle per soppesare la riuscita globale, lo spessore umano, la capacità di giocarsi la vita di centinaia di ex alunni - bravi, bravissimi e pessimi studenti - senza ...