LA POLVERE E IL DESTINO. Storie di magazzino.
Un museo è un magazzino: non è una definizione poetica, ma è piuttosto vera, ammettiamolo. C’è chi porta oggetti dalla cantina al museo come si conferisce in discarica: con la stessa urgenza di liberarsi, la stessa vaga coscienza sporca, confezionata però con una dignità supplementare. E c’è chi consegna con amorosa sollecitudine, e un po’ d'ansia appena trattenuta, ciò che ha cavato dai recessi di un vecchio armadio: la voce che si abbassa di mezzo tono mentre porge l'abito della nonna o uno strano attrezzo del bisavolo, come se stesse affidando un figlio ad estranei; un “figlio” di cui non si sa più cosa fare, beninteso, ma pur sempre un figlio. Nell’uno e nell’altro caso, a me il compito ingrato — e decisamente sproporzionato alle mie forze — di decidere quali memorie meritino la cura, quali l'oblìo e se valga la pena aggiungere ancora un residuo di forno fusorio, un chiodo forgiato a mano, una pettorina ricamata alla collezione. Una selezione che nessuno nomina esplici...