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ALICE

Attraversamenti, alture ed arenili - ARRIVEDERCI, COLORI DEL LUBERON

Au revoir, couleurs du Luberon. Viola lavanda, solo immaginato, suggerito dalle estensioni ordinate di arbusti e da un profumo improvviso e ricorrente; azzurro fiordaliso lungo le vie, nei campi, alle persiane; arancio, giallo, rosa nelle Ocre; verde: brillante nei vignobles, polveroso nelle grandi leccete.  Gordes è bianco, Roussillon è rosso, Bonnieux è rosa,  il mercato di Apt è un caleidoscopio, anzi un'armonia: esteso dentro tutto il centro cittadino, è un mercato vero, meno fracassone delle nostre fiere, niente affatto turistico, niente affatto mondano, mescola profumi di terroir e note discrete di musicisti di strada.  Arrivederci colori del Luberon, nastri neri e dritti delle salite pedalabili e infinite, orizzonti dominati dalla cima bianca del Mont Ventoux, silenziosi ingressi di domaines, clos, mas immersi nel verde e trasmutati in eleganti alloggi per turisti amanti del silenzio. Colori fruttosi delle marmellate a colaz...

Attraversamenti, alture ed arenili - PETRARCHEGGIANDO O QUASI

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Avignone immorale e corrotta, Babilonia di lussuria e avidità, simbolo dell'asservimento della Chiesa di Cristo al potere e al vizio.  Ok, però, che gradevole città, Franci. Vero che il palazzo pontificio è un tantino pretenzioso, ma le vie bianche ed eleganti, le ariose vedute sul Rodano, i lindi quartieri degli artigiani, la penombra negli oratori degli ordini mendicanti, la luce che si rovescia sulla perfetta cerchia delle mura!  Tu, poi, invochi la " fiamma del ciel " sulla città del Papa e te ne vai sbirciando le nudità di Lauretta tua mentre si sollazza nelle chiarefreschedolciacque della Sorgue! Le ho viste, sai? Bel posticino pure quello, l'Isle-sur-la-Sorgue, adatto alle fughe romantiche, bravo. Altro che aspirazioni spirituali!  E dire che avresti potuto arrivare fino all'abbazia di Senanque, stava già qui da più di 150 anni ai tempi tuoi.  È la chiesa più perfetta che io abbia mai visto, ogni Chiesa dovrebbe essere così: totalm...

Attraversamenti, alture ed arenili - PROVENCE-ALPES-CÔTE D'AZUR

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Giù a precipizio lungo la valle della Durance, sosta un po' a caso all'apparire di infissi color pastello alle finestre e di  galettes sulle tavole dei bistrot .   Poi, dalla "Porta di Provenza", Sisteron, a Sault, "capitale della Lavanda", fanno 65 kilometri, in linea d'aria assai meno. Io non so come, ma riusciamo a moltiplicare tempi, curve, dislivelli, altipiani e scollinamenti in modo da impiegare ore. Dono dell'esploratore o maledizione dell'esule ramingo. Ma che vuoi, oggi è imbronciato, piove e spiove, tuona un po', il Mont Ventoux è tutto coperto e imbacuccato, ci allontana: tanto vale girovagare fra campi rinsecchiti e foreste di lecci.  Però Sault profuma davvero e la chiesa è talmente intatta che per un momento ti senti Petrarca a spasso nei paraggi.  Intanto ci acculturiamo sull'agro-industria degli oli essenziali e sulla differenza fra "lavanda" e "lavandino", e non è una battuta.  ...

Attraversamenti, alture ed arenili - EN APPROCHE

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Pastorizia, bricchi, foreste. I liguri, poi i celti, infine i romani. Un Comune,  vie di comunicazione intervallive, una parlata antica e singolare. Non sto parlando di Premana, ma di Briançon, Francia, les montagnards . Sto parlando di quando i passi alpini erano, appunto, passi.   Poi venne il tempo delle Nazioni e dei cannoni a difesa delle patrie, in nome non di sa quale Identità. Ringrazio il cielo che oggi le Alpi siano tornate ad essere cerniera fra popoli fratelli. Che possiamo riconoscere la radice celtica comune di Briançon, Brianza e Bregenz, le desinenze-sorrelle liguri di Parlasco e Manosque, ma anche la memoria germanica condivisa di Le Gault, MarktWald e Gualdo Tadino, di Saaldorf e Sala Consilina. Sono figlia di questa genìa bastarda e solo in essa mi riconosco.   Briançon non è solo fortificazioni di Vauban, non è solo il gorglìo della Gargouille che precipita giù per la Grand Rue, però, insomma, al di fuori delle mura creat...

BISANZIO RISPLENDE SUL BOSFORO E CI RIVELA A NOI STESSI

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C’è un punto, nella produzione di Francesco Guccini, in cui la canzone diventa visione, cosmologia del presente, in un climax denso di simbolismi. Per me Bisanzio rimane la sua vetta poetica: una canzone che accede a una lingua alta e intrisa di storia antica, che profuma di nobiltà corrotta e di raffinata decadenza intellettuale. Non ho mai visto il Bosforo e non voglio conoscere Istanbul, perché so che non troverei la Bisanzio che ho nella mente. Luogo scintillante e sospeso, dalle mille favelle, dove il vento porta odore greve di salmastro, di profumi bruciati e di spezie misteriose, i dotti discutono quisquilie fino a sfinirsi sotto cupole brillanti di lacca, pigre etère raffinate ingannano il tempo e la mente di potenti uomini d'ogni risma e provenienza.  Paradossalmente, questo luogo mitico parla del mio presente più di qualsiasi cronaca. In un tramonto affocato e presago di sovvertimenti, la domanda: “Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago?” Io lo vedo, il Mago, lo imma...

IL MIO FRANCESCO

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Oggi piango il Maestro; e non è un modo di dire.  Cosa abbiano significato per me le sue canzoni è impossibile da spiegare in poche righe: un modo di stare al mondo che ha le sue radici nella stupidità dei vent'anni e nella saggezza degli ignoranti, ma che fruttifica ogni giorno.  Cosa mi lasci oggi, Francesco? L'arte che si sporca con la vita minuta e acquista vigore, sangue, profondità. Le cose quotidiane che si vestono della grande tradizione letteraria e la mediocrità che si illumina di mito — l'eroismo dei piccoli uomini, la bellezza della banalità. Ho imparato che il vocabolario non conosce limiti né censure: i miei smadonnamenti possono osare figure retoriche e arcaismi, la parola è libertà. Non è solo una lezione di letteratura: è un modo di guardare a me stessa. Una moquette lisa può narrare un'epopea, gli splendori della classicità possono parlare delle mie piccole storie. L'Ideale può dare senso e direzione a un'emozione, il mio odore può ra...

LA SAGA DI ENRICO IL PENTOLAIO E LO STRANO DESTINO DELLA SCUOLA DI OGVARTO

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(Il nuovo corso della scuola italocentrica mi impone il dovere morale di non indulgere agli anglicismi). Una storia, una vera e propria saga era ormai nei cuori di tutti: nella storia c'era una scuola meravigliosa, con torri, magie, professori eccentrici e studenti che imparavano perfino dagli errori. Si chiamava Ogvarto ed era una scuola di Magia.  Tutti conoscevano Ogvarto, tutti ne parlavano bene, discenti ed insegnanti, padri e accademici, pedagogisti e ministri. Tutti, ma proprio tutti, erano concordi nel dire che quella sì era una bella scuola, con discepoli felici, rispettosi e liberi di essere sé stessi, non semplici contenitori di verifiche; con professori originali e non distributori automatici di programmi; con adulti capaci di accompagnare la crescita, attraverso normali disastri con bacchette, pozioni e creature poco raccomandabili. La saga di Enrico il Pentolaio, il protagonista, era ormai diventata un piccolo miracolo pedagogico. Ne parlavano i giovani lettori, g...