Le mie modeste epifanie quotidiane - FEMMINILE PLURALE
Cara professoressa,
quando ci siamo conosciute io non avevo mai preso la metro, mi depilavo di nascosto e di nascosto scrivevo poesie.
Nel banco davanti al mio sedeva una bionda da urlo, se la ricorda? Abbronzatura UV e cartella Naj Oleari, già donna fatta. Ne ebbi soggezione finché non mi resi conto che collezionava clamorosi quattro come collezionava deliziose calze Burlington.
Lei, professoressa, cosa vedeva in me? La mia sfacciata e falsissima sicurezza, il mio amore faticoso per le pagine scritte, la mia ingenuità di montanara trapiantata? Cosa ero io a quattordici anni? Faccia pulita e unghie mangiucchiate, jeans accuratamente tesi su un sedere perfetto e fiumi di parole, emozioni che toglievano il respiro e sogni piccoli piccoli.
Me lo dica lei, cosa, chi apparivo.
Io non lo so se posso vederle, le mie piccole donne che crescono. Mi voglio illudere di un candore inesistente. Quand'è che smettono di essere paperelle innocue e diventano temibili gatte? Quando è accaduto a me?
A conti fatti, l'eterno femminino è una fregatura. Anche lei, professoressa, ci ha ingannate: ci ha dato in pasto una visione, un archetipo, un sogno, che poi si è sfranto nella prima relazione tumultuosa, si è sciolto nelle lacrime di un figlio troppo difficile, è svanito nei debiti, nelle liti di condominio, davanti al muso duro di un capufficio arrogante.
E tutto ciò che lei si ostinava a non vedere nella sfera di cristallo del nostro futuro di donne, anch'io fingo di ignorare. Non curo la durezza in fondo agli occhi della ragazzetta vivace, mi distraggo all'egoismo mieloso di una futura gattamorta, sorrido del Rimmel troppo precoce su uno sguardo che già si allena alla caccia.
Però, cara professoressa, mi paiono così diverse dalla me di allora! Quell'ideale femminile che lei ci proponeva e a cui cercavamo maldestramente di sottrarci - generativo di forza e redenzione, profondo nel pensiero e capace di riconoscere ogni bellezza - era pur sempre qualcosa di condiviso: non nel vasto mondo, forse, ma nel nostro piccolo mondo quotidiano, il Bene non era un tabù, l'allontanarsene era trasgressione.
Le mie cucciolotte che affilano gli artigli non si possono ispirare alla forza elegante e intelligente della tigre, ma hanno a modello la brama della lupa; a quelle che si lisciano le piume non si insegna ad essere cigni, ma pavoni; le accumulatrici di riconoscimenti non hanno negli occhi le formichine sagge, ma le faine insaziabili. Perché? Perché là fuori, il loro mondo ha perso il Bene.
Mi ostinerò a non vedere, come lei, prof, non vedeva nel nostro futuro i compromessi necessari e i tradimenti. Anzi: forse la durezza, l'egoismo, la brama che fingo di ignorare saranno loro assai più utili del Bene che noi dileggiavamo.
Forza ragazze, allora: giù la maschera.
Lo sento il suo rimprovero, professoressa. Lo so di essere troppo aspra e cinica. Lo so che queste bimbe sono angeli gettati nel fango. Ma so anche di non avere alcuna possibilità di salvarle. Perché la verità - sola grande bellezza - non è di moda e la forza del pensiero fa paura.
Lei insegnava ai nostri jeans attillati e ai nostri pensieri incendiari ad andare per il mondo e affrontarlo. Io non ci riesco.
Forse è per questo che, nonostante la grande intimità di allora e nonostante siamo colleghe da quasi ormai trent'anni, io continuo a non riuscire a darle del tu. Lei era migliore di me, professoressa. Sulla cattedra, dentro la tonaca, armata di sapere, lei credeva nelle donne e non temeva il mondo.
Ma io conosco meglio entrambi.