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LA SAGA DI ENRICO IL PENTOLAIO E LO STRANO DESTINO DELLA SCUOLA DI OGVARTO

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(Il nuovo corso della scuola italocentrica mi impone il dovere morale di non indulgere agli anglicismi). Una storia, una vera e propria saga era ormai nei cuori di tutti: nella storia c'era una scuola meravigliosa, con torri, magie, professori eccentrici e studenti che imparavano perfino dagli errori. Si chiamava Ogvarto ed era una scuola di Magia.  Tutti conoscevano Ogvarto, tutti ne parlavano bene, discenti ed insegnanti, padri e accademici, pedagogisti e ministri. Tutti, ma proprio tutti, erano concordi nel dire che quella sì era una bella scuola, con discepoli felici, rispettosi e liberi di essere sé stessi, non semplici contenitori di verifiche; con professori originali e non distributori automatici di programmi; con adulti capaci di accompagnare la crescita, attraverso normali disastri con bacchette, pozioni e creature poco raccomandabili. La saga di Enrico il Pentolaio, il protagonista, era ormai diventata un piccolo miracolo pedagogico. Ne parlavano i giovani lettori, g...

LA TERZA VIA. Per una didattica del necessario

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Da decenni il dibattito sulla scuola non è più un confronto tra posizioni pedagogiche, ma un flusso di opinioni, slogan e polemiche diffuse dai media e dal web, poi riversate – spesso in modo non mediato – nelle famiglie, nelle agenzie formative extra‑scolastiche, nel dibattito politico, nei gruppi sociali e perfino nella vita delle istituzioni scolastiche (collegi docenti, consigli di classe, dipartimenti). Di scuola parlano tutti e troppo, ma pochi si assumono la fatica della mediazione, che richiede forza intellettuale. La pedagogia diventa di volta in volta opinione estemporanea, reazione emotiva, retorica di comodo. Due posizioni speculari, ugualmente insufficienti. Nel dibattito pubblico si assiste a una continua oscillazione tra due estremi che si credono opposti e sono invece speculari nella loro insufficienza. Da un lato, un tradizionalismo nozionistico che identifica la serietà con la quantità di contenuti trasmessi e misura la qualità dell’insegnamento dal volume del progra...

"NON C'È NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE"? Ovvero, del latino che torna.

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Il Duemilaeventisei sarà l'anno della rinascita classicista, della rivincita tradizionalista, dell'orgoglio nazionalista?  Dopo profonda meditazione, tante letture, ascolto silenzioso di considerazioni le più colorate e colorite, sono pronta a sbilanciarmi sulla novità del latino alle "medie". Senza addentrarmi nel ginepraio delle variae sententiae dei docenti di liceo, rimanendo nel mio piccolo mondo - postmoderno e preadolescenziale - credo che non sia una pessima idea, con qualche se e un grosso ma.  Perché la reintroduzione del latino abbia davvero un senso, sia fatta per bene e non si esaurisca in una operazione di facciata, tanto per.  • Sì, se funzionale alla competenza linguistica. Sia perciò uno studio strutturato in modo che il latino dialoghi con la sintassi italiana.  • Sì, se reso significativo da un taglio "evoluzionistico" (filologia romanza sullo sfondo) e da un apprendimento attivo: noi "parliamo latino", possiamo davvero diver...

ARSENICO E VECCHI MERLETTI. Ovvero dello scrivere a mano.

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Il cinema non c'entra: l'arsenico rappresenta la tossicità (di qualunque strumento di lavoro disfunzionale), i vecchi merletti sono la nostalgia (della scuola del buon tempo andato). "In direzione ostinata e contraria" (cit.), da qualche mese mi trovo involontariamente a fare una specie di fact-checking didattico. Quello che sto per scrivere non serve ovviamente a un tubo, as usual, se non a riflettere per l'ennesima volta sul fatto che non esistono verità assolute quando si maneggia materiale umano e che, dunque, dovremmo tutti svestire i panni della polarizzazione ideologica. Anche in fatto di apprendimento. Il postulato quasi universalmente condiviso, in questo caso, è il seguente: scrivere a mano è un toccasana, aiuta la concentrazione, favorisce la riflessione e così via. Ergo: dobbiamo farli scrivere a mano quanto più possibile. Nulla da eccepire, se non la fede cieca. Osservo oramai da circa tre mesi gli alunni "da dietro", essendo in...

DIARIO POLVEROSO DI UN CONTABILE SUO MALGRADO

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5/5 L'ossessione del voto mi consuma. E li spegne. Il voto, il numero, è vissuto dai miei alunni come una retribuzione e un trofeo (o un giorno di magra e un'onta, a seconda dei casi). È fine a sé stesso ed è l'unico vero fine della fatica. Per il voto forse non si fa tutto, ma certo tutto si fa per il voto. Il numero è così potente, che rischia di uccidere qualunque interesse spontaneo. Ora: pensiamo a quanti fattori influenzano un voto numerico, compresa la quasi inevitabile "media" fra conoscenze e competenze diverse, compresa la quasi inevitabile dose di soggettività nella verifica, sia in fase di progettazione, sia nella valutazione. Pensiamo alla povertà di uno sforzo cognitivo finalizzato unicamente ad una performance limitata e circoscritta. Pensiamo - in prospettiva - ad un lavoro, qualunque lavoro, svolto unicamente per la retribuzione. Dove sta il "merito" in tutto ciò? Dove sta la crescita personale? Dove stanno la cultura e la "...

VORREI SOTTRARMI. Riflessioni sulla valutazione: perché la scuola misura troppo e capisce troppo poco.

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Pagelle, medie, registri, numero congruo di valutazioni: ciò che non vogliamo ammettere. Maggio. Rosita, Ciccio, Marisol, Pierino affrontano verifiche a raffica, effetto dell'ossessione quantitativa della nostra scuola . Sfornano fogli di protocollo vergati in nero-blu a ritmo industriale. Ditemi a quale scopo, onestamente. La cultura. La preparazione. Lo studio. Se davvero crediamo servano principalmente a plasmare una persona migliore, non dovremmo preoccuparci così tanto di misurare con precisione chirurgica le prestazioni  in base ad uno standard prestabilito. Il premio andrebbe a chi ha percorso più strada. Anche in prospettiva "sociale", la disponibilità ad auto-migliorarsi è preziosa. Ma noi, invece, maniacalmente misuriamo e confrontiamo su una scala decimologica omogenea. E se fosse, semplicemente, che valutiamo a scopo certificativo perché la società richiede - e dunque premia - specifiche conoscenze e capacità da impiegare? Bene, forse, ma in questo caso n...

GOOGLE FOGLI, ovvero i dolori del vecchio umanista.

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Io amo i Fogli Google perché sono intuitivi e spicci. Inserisco cose e faccio cose, di solito di un livello che potrei affrontare anche a mano, tutt'al più con una calcolatrice dell' Eurospin , perché i numeri che maneggio io, da insegnante di lettere, stanno dentro le centinaia. Con i Fogli Google , però, è tutto più sbrigativo, veloce e soprattutto ordinato. Poi c'è quella voce "inserisci" che mi fa impazzire: mi produco, per dire, dei fantastici menù a tendina e perdo pure tempo a colorare le voci e ad armonizzarle con la media globale. Mi vengono fuori dei giudizi descrittivi in armocromia che sono da vedere. Le funzioni credo siano più o meno quelle del parente serio Excel , ma che volete che importi a me della finanza e della trigonometria: quando faccio proprio la splendida uso i "SE", 9 funzioni su 10 non le capisco nemmeno. Sono diventata bravina con i grafici, che utilizzo a puro scopo ludico-estetico. Insomma,  Excel è il re incontrasta...

PEDAGOGIE. Ma poi è "roba per Premanesi".

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Un post lungo, che sembra tecnico ma non lo è, che sembra parlare agli insegnanti e invece parla ai miei comparsani. Richard Louv, in seguito ad una lunga indagine sugli stili di vita,   descrive il Nature Deficit Disorder nei bambini (2006). Pare che la sua ipotesi sia confermata sul piano scientifico: la perdita progressiva di esperienze a contatto con gli elementi naturali e, più in generale, l'iperprotezione dei bambini dal e nell'ambiente esterno può indurre deficit attentivi, disagi emotivi, difficoltà relazionali.  L'abuso di dispositivi digitali e del gioco on line è interpretato da un altro studioso, lo psicobiologo Peter Gray (2015), non come una causa dell'alienazione dall' outdoor , ma una conseguenza, una risposta coerente dei bambini al bisogno sano di sottrarsi all'invasivo controllo adulto.  Queste le mie letture di inizio ferie. Idee per me ben nuove, che mi inducono a riflettere sulle tante componenti relazionali della formazione in età evolut...

Ritrovare motivazione.

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Mi sto impegnando. Ciascuno ha bisogno, di tempo in tempo, di ritrovare motivazione ed energie. Sono un' insegnante . Non sempre "faccio" l'insegnante, ma la mia anima (i miei pensieri, i miei entusiasmi, i miei dubbi e ricerche, i miei dolori) è quella. Sono un'insegnante in una scuola di montagna : non pensate a Cortina! Proprio montagna vera, quella attorno a quota 1000, con i paesi piccoli e isolati, le scuole piccole e isolate. Quella dove il pendolarismo di oggi è l'evoluzione coraggiosa dell'emigrazione di ieri. Si è pendolari per le cure mediche, per i servizi e lo shopping, per la scuola superiore, per il lavoro. È un pendolarismo coraggioso perché le distanze sono significative, le strade difficili, i mezzi pubblici scarsi e lenti e, perciò, resistere alla tentazione di emigrare è una scelta di valore. Mi interrogo, dunque,  e trovo la ragione per cui i miei versanti impervi - così faticosi, così chiusi, che mi allontanano tante opportu...

ESAMI

É anche un bel momento... Tempo di esami! Arrivano ogni mattina, con i loro bei visi giusto un po' più seri, forse un po' più tesi del solito. Li guardi prendere posto fra i banchi dell'aula tirata a lucido, chiara e finalmente ordinata e pensi che sì, sono cresciuti. Ciascuno in misura diversa, qualcuno per un verso che non ti aspettavi; c'è qualche fronte spavalda (apparentemente spavalda?), qualche sguardo ha guadagnato in profondità, sono tutti - ma davvero - più composti. É il loro momento: un'inezia se misurato sul futuro, ma importante perché da qui, finalmente, prenderanno il volo. Ti chiedi se sei stata all'altezza, se hai dato tutto ciò che meritavano... speri che - grazie anche ai tuoi sforzi e nonostante i tuoi limiti - abbiano successo, nella vita. In bocca al lupo, ragazzi. Di cuore.