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Visualizzazione dei post con l'etichetta TACCUINO DI UN'INSEGNANTE RILUTTANTE

POCHI, MALEDETTI E SUBITO. Ovvero, del riposo del professore.

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Sono felice: c'è una buona probabilità che il prossimo anno non litigheremo più fra colleghi per avere il sabato libero. Che sollievo!   Pare che si sia orientati a imprigionare a scuola quei poveri fanciulli per nove ore (nove!) un giorno a settimana e ad abbreviare il tempo di lezione. Così mi regalano pure una riduzione oraria senza riduzione di paga, non potrei essere più soddisfatta. Che poi, visto che si tratta di una scelta consapevole e meditata, non dovrò più nemmeno sbattermi a pianificare interrogazioni strategiche a tutela dei tempi di Tiziocaio, potrò infischiarmene delle metodologie laboratoriali e innovative, dei PC   delle AI dei tools dello storytelling del porcocane, perché pare che la richiesta sia chiara: l'imperativo è RIDURRE I TEMPI. In pratica, "pochi, maledetti e subito" in versione educational . Chi sa sa, chi capisce capisce. Finalmente un po' di riposo. Ma che è allora questo sapore amaro là in fondo alla gola? È che... Ricordo ...

"NON C'È NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE"? Ovvero, del latino che torna.

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Il Duemilaeventisei sarà l'anno della rinascita classicista, della rivincita tradizionalista, dell'orgoglio nazionalista?  Dopo profonda meditazione, tante letture, ascolto silenzioso di considerazioni le più colorate e colorite, sono pronta a sbilanciarmi sulla novità del latino alle "medie". Senza addentrarmi nel ginepraio delle variae sententiae dei docenti di liceo, rimanendo nel mio piccolo mondo - postmoderno e preadolescenziale - credo che non sia una pessima idea, con qualche se e un grosso ma.  Perché la reintroduzione del latino abbia davvero un senso, sia fatta per bene e non si esaurisca in una operazione di facciata, tanto per.  • Sì, se funzionale alla competenza linguistica. Sia perciò uno studio strutturato in modo che il latino dialoghi con la sintassi italiana.  • Sì, se reso significativo da un taglio "evoluzionistico" (filologia romanza sullo sfondo) e da un apprendimento attivo: noi "parliamo latino", possiamo davvero diver...

ARSENICO E VECCHI MERLETTI. Ovvero dello scrivere a mano.

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Il cinema non c'entra: l'arsenico rappresenta la tossicità (di qualunque strumento di lavoro disfunzionale), i vecchi merletti sono la nostalgia (della scuola del buon tempo andato). "In direzione ostinata e contraria" (cit.), da qualche mese mi trovo involontariamente a fare una specie di fact-checking didattico. Quello che sto per scrivere non serve ovviamente a un tubo, as usual, se non a riflettere per l'ennesima volta sul fatto che non esistono verità assolute quando si maneggia materiale umano e che, dunque, dovremmo tutti svestire i panni della polarizzazione ideologica. Anche in fatto di apprendimento. Il postulato quasi universalmente condiviso, in questo caso, è il seguente: scrivere a mano è un toccasana, aiuta la concentrazione, favorisce la riflessione e così via. Ergo: dobbiamo farli scrivere a mano quanto più possibile. Nulla da eccepire, se non la fede cieca. Osservo oramai da circa tre mesi gli alunni "da dietro", essendo in...

LA SINTASSI DEL PENSIERO. Due disegnini fatti da "quella intelligente".

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Ho scritto cose.  Poi ho fatto un gioco: vediamo se so ancora usare le parole, mi sono detta. Ho chiesto a "quella intelligente" di dare un corpo al pensiero, di leggere le riflessioni e di immaginare un personaggio A e un personaggio B.   Ebbene: io non lo so se esista già anche la AIm, l'Artificial Imagination , ma forse le mie parole hanno colto nel segno e si sono "fatte segno", perché il risultato è stato incredibilmente vicino al "substrato esperienziale" che sta all'origine delle mie considerazioni.  Conclusioni :  • nel caso servisse ribadirlo, le parole contano: danno forme concrete alla riflessione e trasformano in riflessione l'esperienza vissuta; il mio esperimento ne è una piccola prova un po' sciocchina. Sulle parole si lavora vita natural durante, non si finisce mai. Serve tutto: il lessico settoriale, le lingue straniere, i gerghi. Ma, soprattutto, credo serva recuperare la sintassi: non, banalmente, quella del libro di gra...

PERCORSI ECCELLENTI

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  PERCORSI ECCELLENTI - Uno sguardo comparativo ai sistemi educativi. Attraverso un confronto tra diversi sistemi educativi (Finlandia, Canada, Corea del Sud, Estonia, Germania e Spagna), vengono messi in luce i punti di forza comuni e le differenze rispetto al modello italiano. L’obiettivo non è fornire conclusioni definitive, ma stimolare riflessioni personali e ulteriori approfondimenti. Oggi su LinkedIn 

Nel frattempo in Cina...

Io, impiastro di  paurosa insipienza che si è formato sui Canti di Leopardi e la filosofia scolastica sottesa alla Commedia,  faccio progettare e montare video nell'ora di storia.  Mi chiedo se potrei eventualmente ottenere una condivisione dei tempi con l'insegnante di tecnologia... ma immagino: questi ragazzi  dovranno disegnare l'ennesimo parallelepipedo o ri-ri-ristudiare gli strati del terreno.   Ok, scema io che mi faccio coinvolgere dalle teorie sullo storytelling didattico. Mentre rimetto in discussione per la milionesima volta curricola e pedagogie, pesco a strascico nel web. Tra il serio ed il faceto: «Mentre i nostri bambini scaricano le app, i bambini cinesi le creano». Oltre i meme: «Se chiedi ai bambini cinesi qual è il loro sogno rispondono: essere un astronauta. Se lo chiedi ai nostri figli la risposta è: essere un influencer»  (Riccardo Luna, sul Corriere del 28 aprile).   Argino lo sconforto con una ricerca un po' pi...

PROGRAMMAZIONE DIACIPLINARE. Nel salto in alto non sono brava, ma mi diverte.

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Cose che mi contraddistinguono : •arrivare all'ultimo momento, •arrivare sudata •artivare preparata, che poi voglio stare tranquilla, •curare i dettagli  •curare troppo i dettagli, •andare a cercarmi i guai, •farmi prendere dall'entusiasmo, •non guardare l'orologio, •essere testarda,  •essere polemica, •mugugnare, •mugugnare, •essere polemica, •essere testarda. Dunque anche quest'anno la mia programmazione: •arriva all'ultimo momento (ma forse forse non ultima), •mi ha sfiancata, •approfondisce dettagli didattici di cui non frega nulla a nessuno, •mi farà pentire entro un mese, •mi è piaciuto pensarla, mi è piaciuto organizzarla, mi è piaciuto stenderla, mi è piaciuta e mi piace, •mi ha tenuto sveglia la sera ben oltre l'orario canonico della nanna, •voleva adeguarsi al trend del copincolla e non ce l'ha fatta manco stavolta. Per ora polemicamente sogno, a breve mi lamenterò. As usual.

Non insegno/bis

« Sembra un po' che tu ce l'abbia con qualcuno », mi scrivono la mattina di buon'ora. È un effetto collaterale della condivisione pubblica dei miei entusiasmi domenicali.  Santo cielo, no. O meglio: sì, sì che ce l' ho: con la scuola spenta, non autentica. Il commento ricevuto mi ha "costretta" ad andare indietro con la memoria di quasi trent'anni e vi assicuro che non è sempre stata così, la scuola. Ricordo attività interdisciplinari sul campo, collaborazioni stimolanti, esperienze didattiche; ricordo vecchi colleghi oggi in pensione che proponevano e agivano. No, non è sempre stata così la scuola, ci siamo spenti nell'ultimo decennio. Allora, sperando di chiarire il mio pensiero, cercherò di farmi perdonare entusiasmi e frecciate e di sviluppare un ragionamento più articolato. *** Credo che ci sia una grande bugia inconsapevole alla base: gli insegnanti non sono affatto coloro che trovano una collocazione professionale in linea con la propria formaz...

NON INSEGNO. Una dichiarazione d'amore (e di resistenza) alla scuola

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Riflessioni a caldo sulla didattica della storia, della geografia, della lingua. Non insegno storia per infilare date e far sottolineare pagine. Insegno storia perché amo cercare e vorrei vederli in ricerca. Non insegno geografia per far colorare quaderni o giocare al tour operator. Insegno geografia perché credo in una didattica del territorio,  amo osservare le forme del paesaggio, confrontare i dati, interrogare i capannoni e i declivi . E vorrei imparassero che il libro più ricco lo hanno attorno a sé. Non insegno italiano perché sappiano spiegare il complemento predicativo. Insegno italiano perché  vivo la scrittura - e l'educazione linguistica -   come imprescindibile esercizio di consapevolezza, trovo che la sfida della parola sia la più intrigante e so che la parola praticata arricchirebbe le loro vite. Il mio vagare per sentieri, entrare in pericolanti laboratori pieni di ragnatele, interrogare gli indigeni sulle colture e il popolamento, scrivere per ...

QI o non QI? La barbarie delle misurazioni e l'opportunità di "volare basso".

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A proposito di scuola ragionieristica, governata dai numeri e negletta dall' humanitas , vi propongo questa riflessione perché il commento di un collega mi ha fatto parecchio soffrire.   QI medio Italia: 101,03 (dati 2025). QI da "alto potenziale" a "plusdotazione" 120-160 (+19/+59). QI da "borderline" a "ritardo medio"  85 c.a-40 (-16/-61). Margine di errore standard (+/-5). *** Poi un insegnante X - lo chiameremo Giovanni -  si sbilancia a sostenere l'opportunità di creare classi differenziali per gli alunni che hanno "queste difficoltà"... (queste difficoltà così fastidiose!). La vedete anche voi la comicità della proposta? E la presunzione che sta alla base? Tu Giovanni, insegnante "normale", vorresti toglierti dai piedi il problema di un alunno (barbaramente"misurato" sulla base di test di cui tutti conosciamo i limiti) che ha un QI  inferiore alla tua ...

LESA MAESTÀ. ANCORA DI CONTICINI.

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La scuola italiana non è immobile. O, meglio, è rimasta colpevolmente immobile nei principi fondanti del peggior gentilianesimo (nel senso che ci sono tratti del pensiero di G.G. che avrebbero potuto essere valorizzati, ma si è preferito premiare classismo e antipedagogismo). Si è però trasformata, la scuola, nel tempo; piano piano, riforma dopo direttiva e indicazione dopo riforma, ha mutato pelle: da "scuola dei filosofi" (avercene!), è diventata "scuola dei contabili". Dietro, una silenziosa e lacerante dicotomia: mentre i documenti ministeriali andavano arricchendosi di dichiarazioni ideali (significatività, autonomia, esperienza, cittadinanza, valenza formativa, inclusione, motivazione), le prassi di valutazione si facevano via via più assillanti, automatiche, classificatorie, chartizzate. La ragione, l'unica vera ragione, è stata la sfiducia: sfiducia delle famiglie nella scuola, sfiducia degli insegnanti nelle loro prerogative. Così "valutare" ...

TESTIMONIANZA. Ancora di valutazione e amenità simili.

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Condivido una riflessione un po' sovversiva. Chi mi conosce sa che il voto non mi appassiona, che dei voti non mi fido nemmeno quando li metto io. La mia mentore, la mia prof di lettere al liceo, sosteneva che un insegnante "deve saper mettere un quattro come fosse un premio e un otto come fosse uno schiaffo". Io non credo di esserne capace, ma ci provo e le ragioni sono ben spiegate in questo commento, rubato da un social network. «Non ho mai fatto i compiti (dalle elementari al liceo). In alcune materie non avevo intenzionalmente il quaderno. Al liceo scientifico avevo 2 in matematica, nonostante fossi andato alle olimpiadi nazionali di matematica e ho poi studiato ing. fisica al PoliMi. Avevo appena il 6 in filosofia, nonostante leggessi le opere dei filosofi dalle elementari. Sono stato bocciato per ritorsione di una prof (poi allontanata dall'istituto per problemi psichici). La prof di matematica e informatica disse ai miei genitori di scegliere per me tra la ve...

DIARIO POLVEROSO DI UN CONTABILE SUO MALGRADO

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5/5 L'ossessione del voto mi consuma. E li spegne. Il voto, il numero, è vissuto dai miei alunni come una retribuzione e un trofeo (o un giorno di magra e un'onta, a seconda dei casi). È fine a sé stesso ed è l'unico vero fine della fatica. Per il voto forse non si fa tutto, ma certo tutto si fa per il voto. Il numero è così potente, che rischia di uccidere qualunque interesse spontaneo. Ora: pensiamo a quanti fattori influenzano un voto numerico, compresa la quasi inevitabile "media" fra conoscenze e competenze diverse, compresa la quasi inevitabile dose di soggettività nella verifica, sia in fase di progettazione, sia nella valutazione. Pensiamo alla povertà di uno sforzo cognitivo finalizzato unicamente ad una performance limitata e circoscritta. Pensiamo - in prospettiva - ad un lavoro, qualunque lavoro, svolto unicamente per la retribuzione. Dove sta il "merito" in tutto ciò? Dove sta la crescita personale? Dove stanno la cultura e la "...

VORREI SOTTRARMI. Riflessioni sulla valutazione: perché la scuola misura troppo e capisce troppo poco.

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Pagelle, medie, registri, numero congruo di valutazioni: ciò che non vogliamo ammettere. Maggio. Rosita, Ciccio, Marisol, Pierino affrontano verifiche a raffica, effetto dell'ossessione quantitativa della nostra scuola . Sfornano fogli di protocollo vergati in nero-blu a ritmo industriale. Ditemi a quale scopo, onestamente. La cultura. La preparazione. Lo studio. Se davvero crediamo servano principalmente a plasmare una persona migliore, non dovremmo preoccuparci così tanto di misurare con precisione chirurgica le prestazioni  in base ad uno standard prestabilito. Il premio andrebbe a chi ha percorso più strada. Anche in prospettiva "sociale", la disponibilità ad auto-migliorarsi è preziosa. Ma noi, invece, maniacalmente misuriamo e confrontiamo su una scala decimologica omogenea. E se fosse, semplicemente, che valutiamo a scopo certificativo perché la società richiede - e dunque premia - specifiche conoscenze e capacità da impiegare? Bene, forse, ma in questo caso n...

OUTDOOR

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A tratti ci incastriamo dentro i tecnicismi, il cuore si avvolge di compiti da assolvere come un panino nel domopack. Perdiamo lo sguardo e le parole. Ho due anime. Una è schietta e morbida. Una è efficiente e calvinista: lei sa, lei studia, lei analizza, lei lavora. È un'anima giudicante. Chi ne ammira i risvolti operativi, me la foraggia inconsapevolmente. Lei funziona ma è antipatica, ve lo garantisco, anche se sembra ganza. Con quest'anima vado al lavoro ben equipaggiata, rispondo alle e-mail curando urbanità e precisione, raccolgo annotazioni dalle mie letture in ordinate cartelle nel drive. Passo dal microscopio delle virgole al telescopio del domani, ma sono miope e miope rimango. Con quest'anima assegno voti insulsi a compiti sofferti, accidenti a me. Talora la imbriglio - nella schiuma amarognola di una birra fresca o nella fresca risata di un alunno, se mi innamoro di una parola, quando inciampo nella bellezza o nel dolore o in quella strana cosa che è la vi...

GOOGLE FOGLI, ovvero i dolori del vecchio umanista.

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Io amo i Fogli Google perché sono intuitivi e spicci. Inserisco cose e faccio cose, di solito di un livello che potrei affrontare anche a mano, tutt'al più con una calcolatrice dell' Eurospin , perché i numeri che maneggio io, da insegnante di lettere, stanno dentro le centinaia. Con i Fogli Google , però, è tutto più sbrigativo, veloce e soprattutto ordinato. Poi c'è quella voce "inserisci" che mi fa impazzire: mi produco, per dire, dei fantastici menù a tendina e perdo pure tempo a colorare le voci e ad armonizzarle con la media globale. Mi vengono fuori dei giudizi descrittivi in armocromia che sono da vedere. Le funzioni credo siano più o meno quelle del parente serio Excel , ma che volete che importi a me della finanza e della trigonometria: quando faccio proprio la splendida uso i "SE", 9 funzioni su 10 non le capisco nemmeno. Sono diventata bravina con i grafici, che utilizzo a puro scopo ludico-estetico. Insomma,  Excel è il re incontrasta...

IL KIT DI SOPRAVVIVENZA È UN LESSICO ESSENZIALE. Oltre la tecnofobia.

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Stiamo vedendo cose.  Sicuramente “ natura non facit saltus ” e probabilmente nemmeno la storia ne fa, probabilmente all’oggi siamo arrivati attraverso tanti piccoli passi, a cui magari non abbiamo dato il giusto peso, ma quello che vediamo ora è assolutamente inusitato e scioccante. L’Unione Europea,  per voce di una mia bruna ed elegante coetanea, ci raccomanda un kit di sopravvivenza di 72 ore, così, come nulla, come se fossimo nell'Europa del Quarantatré. Cosa significa un kit di sopravvivenza? Per quali eventi concretamente e realisticamente prevedibili? Un accendino per riscaldarmi con un falò nella foresta? O per accedendere candele? Ma se non ci sono nel kit? Cibo. Per 72 ore non è poca roba, io non sono così frugale. Vorrà dire che io, di mio, aggiungerò al kit le candele anti blackout e perfino arco e frecce, perché, se devo andare per boschi, sul fuoco, possa arrostire anche qualcosa di proteico. Non sarà più un kit, sarà uno zainone. A breve distanza di...

PERCHÉ LA SCUOLA NON DEVE SCENDERE A VALLE. Competenze trasversali e crescita autentica: ciò che i sentieri insegnano.

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RIFLESSIONI SU UNA DIDATTICA DEL TERRITORIO E SU UNA PEDAGOGIA DELLE RADICI. Esco all'una, coi ragazzi che precipitano in frotta per le scale, e li guardo. Chi di loro resterà qui, a salire e scendere e superare dislivelli e disagi, a scrutare  la tenuta di un muro a secco che sfida il tempo mentre l'Internet gli permette di interagire col mondo?   La montagna si spopola, attratta dall’energia, dalle opportunità dei centri urbani. Eppure, resta una risorsa preziosa, anche - soprattutto? - per voi che vivete laggiù: un vero laboratorio di competenze. La  vita in montagna è possibilità di tutela, forse l'ultima: tutela del territorio, tutela dell'umanità.   Vivere la montagna significa imparare la consapevolezza di sé, avere in dono spazio e tempo per riflettere; in quota si svela l’essenziale e  alla lunga ciò che è superfluo finisce per essere ridicolo.   Dentro le aule rumorose e nei muti registri digitali spesso accantoniamo ciò che è verame...

BANCO DI PROVA

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Apprendere implica responsabilità , bisogna "voler imparare". Non si apprende se non costruendo su qualcosa di già consolidato. Parafrasando Leibniz, facultas non facit saltus . La sensazione di non-efficacia provoca sgomento e senso di impotenza, non è produttiva.  Principi quasi ovvi per chi insegna. Poi, si fanno i corsi di formazione per la transizione digitale, si osservano fenomeni curiosi, si riflette... Responsabilità - Non è possibile che, dopo un ventennio di investimenti nella formazione digitale dei docenti, ancora ad alcuni insegnanti  manchino  le competenze di base. Finora, evidentemente, c'è chi "non ha voluto imparare" e dunque ben vengano gli obblighi del pnrr.  Ma chi non ha voluto imparare è in grado di comunicare "motivazione"? Forse che, per quasi un quarto di secolo, non ci eravamo  accorti di ciò che stava diventando "alfabetizzazione minima"? Capacità di apprendere ("impara...

Cresceranno e li saluterai. Ancora.

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Uno che parla. Non a vanvera, parla serio, spesso anche con cognizione di causa, però sempre. Lui non interviene, è già intervenuto; risponde prima dell'interrogato, finisce le tue frasi, postilla. Uno che cincischia, tutto. Pasticcia con astucci, carta, giochini; smozzica le parole, un po' per insicurezza un po' per pigrizia; si trastulla perdendo tempo, talvolta si ferma e basta, in attesa di nulla. È un buon diavolo, è amico di tutti, ma lui, sempre, cincischia. Una sussurra. Spettegola? Racconta? Intrattiene? Chiede? Lo sa Iddio, lei, comunque, sussurra. Poi dimentica il libro. Poi perde pezzi di lezione e "ma io questo non l'ho capito tanto". La sua vita è un sussurro, ma zompetta felice in bagno, ti regala una caramella, ti lascia un bigliettino colorato e dunque - si intende - amici come prima, no? Una sogna a occhi aperti e a voce alta. I suoi sogni sono già progetti e sono inversamente proporzionali alla sua statura ancora nanetta, di bimba. Lei, p...