QI o non QI? La barbarie delle misurazioni e l'opportunità di "volare basso".
A proposito di scuola ragionieristica, governata dai numeri e negletta dall'humanitas, vi propongo questa riflessione perché il commento di un collega mi ha fatto parecchio soffrire.
- QI medio Italia: 101,03 (dati 2025).
- QI da "alto potenziale" a "plusdotazione" 120-160 (+19/+59).
- QI da "borderline" a "ritardo medio" 85 c.a-40 (-16/-61).
Margine di errore standard (+/-5).
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Poi un insegnante X - lo chiameremo Giovanni - si sbilancia a sostenere l'opportunità di creare classi differenziali per gli alunni che hanno "queste difficoltà"... (queste difficoltà così fastidiose!).
La vedete anche voi la comicità della proposta? E la presunzione che sta alla base? Tu Giovanni, insegnante "normale", vorresti toglierti dai piedi il problema di un alunno (barbaramente"misurato" sulla base di test di cui tutti conosciamo i limiti) che ha un QI inferiore alla tua "aurea mediocritas", ad esempio, di 30 punti. Però, Giovanni caro, ti senti perfettamente all'altezza di un altro tuo alunno che ha, ad esempio, un QI di 50 punti oltre il tuo. Giusto, Giovanni?
Reputi che il +50 arricchisca la classe degli aurei "normali" e un -30 la limiti troppo, ma tu stesso magari sei un -30 (-35? -40? -50?...) rispetto ad alcuni tuoi alunni. Ponendo come credibile che tu abbia un QI medio (e chi lo assicura, poi?), per gli alunni ad alto potenziale, tu Giovanni meriteresti... di stare in una classe differenziale!
Oppure sei, magari, tu stesso un +? E "da +" non hai studiato i benefici trasversali delle classi miste? E non hai studiato le diverse componenti del successo formativo? Ahi, ahi.
Certo. Potremmo isolare i gruppi omogenei (barbaramente misurati) e selezionare docenti "plusdotati" per gli alunni plusdotati e docenti "scarsini" per i meno fortunati. I super-docenti sarebbero in pochi, credo (forse tu Giovanni sì, io no di certo).
Insomma, voliamo basso: non solo perché è provato che la diversità arricchisce (puoi anche non crederci, Giovanni), ma perché "anche tu sei quasi sempre il terrone di qualcun altro" (cit.).