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LA POLVERE E IL DESTINO. Storie di magazzino.

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Un museo è un magazzino: non è una definizione poetica, ma è piuttosto vera, ammettiamolo.  C’è chi porta oggetti dalla cantina al museo come si conferisce in discarica: con la stessa urgenza di liberarsi, la stessa vaga coscienza sporca, confezionata però con una dignità supplementare. E c’è chi consegna con amorosa sollecitudine, e un po’ d'ansia appena trattenuta, ciò che ha cavato dai recessi di un vecchio armadio: la voce che si abbassa di mezzo tono mentre porge l'abito della nonna o uno strano attrezzo del bisavolo, come se stesse affidando un figlio ad estranei; un “figlio” di cui non si sa più cosa fare, beninteso, ma pur sempre un figlio. Nell’uno e nell’altro caso, a me il compito ingrato — e decisamente sproporzionato alle mie forze — di decidere quali memorie meritino la cura, quali l'oblìo e se valga la pena aggiungere ancora un residuo di forno fusorio, un chiodo forgiato a mano, una pettorina ricamata alla collezione. Una selezione che nessuno nomina esplici...

POVERO EDGAR

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Se ne è andato. Ovviamente, alla sua età non è una notizia sconvolgente, eppure mi sento più povera, di nuovo orfana. Edgar Morin non scriverà più. Cosa sia rimasto nella nostra scuola della sua riflessione è difficile dirlo, ma a me pare ben poco. Credo che molti insegnanti non lo abbiano mai nemmeno preso seriamente in considerazione. E allora continueremo imperterriti a produrre teste piene anziché teste ben fatte. Continueremo a riproporre le stesse minuziose programmazioni da seguire pedissequamente, impermeabili alle provocazioni del presente, riluttanti a lasciarci interrogare dalla complessità. Continueremo a sbirciare pavidi i pensieri altrui, incapaci di confrontarci e integrare le nostre diverse luci per combattere il buio della semplificazione, della banalità, della volgarità. Palidini della certezza dogmatica e delle formule fisse. Povero Edgar. Poveri noi. Da leggere

POCHI, MALEDETTI E SUBITO. Ovvero, del riposo del professore.

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Sono felice: c'è una buona probabilità che il prossimo anno non litigheremo più fra colleghi per avere il sabato libero. Che sollievo!   Pare che si sia orientati a imprigionare a scuola quei poveri fanciulli per nove ore (nove!) un giorno a settimana e ad abbreviare il tempo di lezione. Così mi regalano pure una riduzione oraria senza riduzione di paga, non potrei essere più soddisfatta. Che poi, visto che si tratta di una scelta consapevole e meditata, non dovrò più nemmeno sbattermi a pianificare interrogazioni strategiche a tutela dei tempi di Tiziocaio, potrò infischiarmene delle metodologie laboratoriali e innovative, dei PC   delle AI dei tools dello storytelling del porcocane, perché pare che la richiesta sia chiara: l'imperativo è RIDURRE I TEMPI. In pratica, "pochi, maledetti e subito" in versione educational . Chi sa sa, chi capisce capisce. Finalmente un po' di riposo. Ma che è allora questo sapore amaro là in fondo alla gola? È che... Ricordo ...