LA POLVERE E IL DESTINO. Storie di magazzino.
Un museo è un magazzino: non è una definizione poetica, ma è piuttosto vera, ammettiamolo.
C’è chi porta oggetti dalla cantina al museo come si conferisce in discarica: con la stessa urgenza di liberarsi, la stessa vaga coscienza sporca, confezionata però con una dignità supplementare. E c’è chi consegna con amorosa sollecitudine, e un po’ d'ansia appena trattenuta, ciò che ha cavato dai recessi di un vecchio armadio: la voce che si abbassa di mezzo tono mentre porge l'abito della nonna o uno strano attrezzo del bisavolo, come se stesse affidando un figlio ad estranei; un “figlio” di cui non si sa più cosa fare, beninteso, ma pur sempre un figlio.
Nell’uno e nell’altro caso, a me il compito ingrato — e decisamente sproporzionato alle mie forze — di decidere quali memorie meritino la cura, quali l'oblìo e se valga la pena aggiungere ancora un residuo di forno fusorio, un chiodo forgiato a mano, una pettorina ricamata alla collezione. Una selezione che nessuno nomina esplicitamente, ma che avviene ogni volta, inevitabile come la polvere che si deposita su tutto.
Il problema è quando non so le storie: so l'oggetto, so il tessuto consumato su un lato, so la lama arrugginita, il manico liscio e il nodo rifatto mille volte sullo stesso tratto di cinghia, ma non so chi lo portava e in quali frangenti, se con animo leggero o bestemmiando sottovoce. Senza la storia, cosa conservo esattamente? La forma: un'ipotesi diligentemente etichettata.
Le storie sono tutto. Sono il senso degli oggetti e il filo invisibile che li lega uno all'altro, sono la trama che permette di ricostruire e di rendere visibile l'anima di una comunità. Senza la storia l'oggetto è muto: un po' imbarazzante, come un ospite che non sai perché sia stato invitato alla festa. Ecco perché ciò che mi fa battere il cuore sono le carte. Le scritture minute: quelle ufficiali, curate e timbrate, e quelle sopravvissute per caso, dimenticate sul fondo di un cassetto, un conto, una nota. Scritture in italiano e in dialetto, talvolta mescolati, che noi siamo esattamente questo, un impasto di due registri, e nelle carte questa ambivalenza si vede: a volte fa ridere e a volte stringe.
Alcune scritture vengono da lontano, in tutti i sensi: la settimana scorsa è emerso da una faldone il foglio di via da un campo di prigionia russo. Poche righe, un nome ormai illeggibile. Probabilmente non riuscirò mai a ricostruire la vicenda che ci sta dietro, ma so che quell'oggetto ha attraversato qualcosa di enorme per arrivare fin qui. E che qualcuno, da qualche parte, ha deciso di tenerlo: non per inerzia, questa volta, ma per scelta, rispetto, forse affetto.
A che pro questo scartabellare, selezionare, raccogliere? Che se ne faranno “i Duemila" del ditale di zia Maria o degli auguri di nozze del “barba” Nicola? A chi serve, tutto questo? E’ un gesto politico, se vogliamo dirla tutta. Conta più di quanto sembri, in un'epoca che predilige le superfici riflettenti e le memorie brevi. Richiede attenzione, tanta umiltà, disponibilità a stare dentro qualcosa senza che ti dia gratificazione immediata. Cercare il filo invisibile, ostinatamente.
Chissà, potrebbe pure essere un esercizio di modernità molto più radicale che imparare l'ultima boiata rap: raccontare di sé è uno strumento potente e i giovani lo sanno benissimo (lo fanno ogni giorno con una competenza e una costanza che fa quasi impressione), il problema è da dove si parte per raccontarsi. Il vecchio attrezzo da lavoro, l’abito antico, la parola desueta sono per i nostri ragazzi il contraltare necessario - pesante, denso e pregnante - delle storie effimere e vuote di Instagram.
L'identità costruita per accumulo di istanti è fragile e vulnerabile, l’identità solida è geologica, si forma in profondità, per stratificazione. La nostra storia inizia molto lontano, da mani che non abbiamo stretto, voci che non abbiamo sentito, sentieri che non abbiamo percorso. L’identità solida, consapevole, profonda e stratificata è lo strumento per essere fabbri del proprio destino: e qui di fabbri ci intendiamo, giusto?.
Forse è questo il dono più strano che un museo può fare a un ventenne. Una domanda: «Da dove vieni?» e un’indicazione: quanto lontano puoi arrivare, se lo sai.
L'abito della nonna è in un baule con la naftalina, lo strano attrezzo del bisavolo ha il suo numero di inventario, il foglietto dai caratteri cirillici è avvolto nella carta senza acido. E io resto qui, con i polpastrelli anneriti di polvere, a sperare di aver salvato le cose giuste, a cercare il filo della storia.