Alla spicciolata, senza ordine alcuno, né di rilevanza, né cronologico, né geografico, semplicemente lasciando fare ai capricci della memoria. L ' abbraccio di Schiele al Belvedere a Vienna, il Cristo del Mantegna a Brera, la Flagellazione di Piero della Francesca a Urbino; Renoir con il suo Ballo al Moulin comesichiama al Museo d'Orsay, agli Uffizi la Venere di Botticelli (che, mio malgrado e accidenti a lei, continuo a non amare), un Sogno di Dalí al Thyssen di Madrid. È inutile: un'opera, al massimo due, è ciò che mi rimane di una visita ad un museo d'arte. Sono impressioni indelebili, non perdono potenza neppure a distanza di decenni, ma sempre uniche, isolate. Chissà se accade solo me? Non mi accorgo immediatamente di questo dialogo privilegiato, ma abbastanza in fretta, nel giro di qualche ora. E non si tratta dell'opera che "mi è piaciuta", il criterio estetico è decisamente secondario: è una questione di potenza, di ...