𝐿𝑢𝑟𝑘𝑒𝑟 𝐶ℎ𝑟𝑜𝑛𝑖𝑐𝑙𝑒𝑠 2: tra silenzi digitali e coraggio Intellettuale.
Navigo in forum specializzati, gruppi LinkedIn e community professionali; finiscono le vacanze e, di nuovo e per caso, mi imbatto in una figura contraddittoria: il lurker, quella persona che "c'è", molto probabilmente legge e assorbe contenuti, magari pure con una certa voracità intellettuale, ma mantiene un silenzio quasi monastico quando si tratta di contribuire al dibattito. Non mi sto riferendo all'umile studioso che preferisce ascoltare prima di parlare – figura nobile e rispettabile - ma piuttosto a chi ha sviluppato perizia e opinioni articolate, ha competenze o esperienze da condividere, se interpellato privatamente dimostra di non essere una "presenza quiescente", ma sceglie sistematicamente la comfort zone del non-coinvolgimento.
È il fenomeno che la letteratura accademica definisce come participation inequality o regola del 90-9-1: il 90% degli utenti osserva, il 9% contribuisce occasionalmente, l'1% produce attivamente contenuti. Il lurker moderno assomiglia sorprendentemente al critico da bar: quello che al bancone si sbilancia in analisi politiche, economiche o tecniche (più o meno brillanti), ma che davanti al microfono di un dibattito pubblico improvvisamente scopre impegni urgenti. La differenza? Online non serve nemmeno alzare la mano – basta un clic.
L'Arte del non-contribuire
Prendiamo ad esempio un tipico gruppo professionale dedicato all'innovazione tecnologica. Post di qualità, discussioni stimolanti, quesiti complessi che richiederebbero contributi da chi ha effettiva esperienza settoriale. Il lurker legge tutto, si nutre silenziosamente di nuove prospettive, matura le proprie opinioni, magari lavora proprio in quell'ambito, ma il suo contributo si limita a... nulla. O al massimo a un like strategicamente posizionato, dopo ponderata scelta di opportunità (opportunismo?): è quella forma di interazione che qualcuno definisce lightweight participation, presente ma non compromettente. Il like, beninteso, non è interazione vera, è un gesto che richiede sforzo cognitivo minimo e zero esposizione intellettuale, una specie di linguaggio del corpo digitale: un cenno del capo che dice "ho letto" ma non "cosa penso".
La generosità del minimum engagement.
È pur vero che, se proprio il lurker non intende emergere dalle ombre del feed, almeno un po' di generosità nell'uso delle reazioni geroglifiche non guasterebbe. Dopotutto, chi pubblica contenuti investe tempo, energia intellettuale, spesso anche reputazione professionale. Un emoticon non costa nulla ma rappresenta un micro-riconoscimento, un piccolo feedback che alimenta l'ecosistema delle idee. Anche un emoji arrabbiato può servire: una reazione negativa è utile quanto un "pollicione" (la risata, invece, è cattiveria consapevole).
Alla base di questo ragionamento sta il principio della reciprocità digitale asimmetrica: chi non dà opinioni può almeno dare riconoscimento, o segnalare opposizione. Chi non si espone argomentando può almeno supportare o indirizzare chi lo fa. La reciprocità è alla base delle relazioni sane, digitali e non digitali, web o non web: ricordiamo il concetto dell'on-life di Floridi.
Una costruzione collettiva richiede coraggio intellettuale.
La questione non è morale ma pragmatica. I forum e le community professionali prosperano grazie al confronto di prospettive, alla diversità cognitiva (un principio molto ricco e stimolante: Gardner, Cornoldi e altri). Ogni contributo non espresso è un'opportunità persa per l'intera comunità. È esattamente quello che Clay Shirky definirebbe cognitive surplus sprecato (Shirky, 2010), ovvero capacità intellettuale individuale che non si trasforma in valore collettivo.
Il lurker spesso possiede proprio quelle competenze che potrebbero arricchire la discussione o, addirittura, fare la differenza - l'esperienza pratica, il caso illuminante, la prospettiva alternativa - ma preferisce la sicurezza dell'anonimato al rischio del confronto pubblico.
Rimanendo entro i confini dei "competenti" (al saldo, cioè di tuttologi e odiatori), credo che l'unica presenza digitale più irritante del lurker sia quella dell'interlocutore ridanciano, colui che, rispondendo ad ogni argomento con una battuta, interrompe il flusso delle conversazioni significative.
Il cliché del silenzio d'oro.
Forse è tempo di superare l'equazione "silenzio = saggezza" che permea molte culture digitali e traveste il timore reticente con i panni del savio discernimento.
La partecipazione costruttiva è alla base dell' "intelligenza collettiva", quella che Pierre Lévy descriveva come somma delle conoscenze individuali amplificate dalla tecnologia: «Nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa, la totalità del sapere risiede nell'umanità» (L'intelligenza collettiva, 1994: col senno di poi, piuttosto ottimista, ma il principio è da salvare).
L'intelligenza è davvero collettiva, ha bisogno di voci, non di spettatori silenziosi.
***
La prossima volta che leggete un post che stimola una riflessione, che solleva un punto che conoscete bene, che meriterebbe una prospettiva aggiuntiva, provate l'esperimento del commento. Non serve scrivere trattati: anche un contributo di due righe può fare la differenza. Alla fin fine, tra il coraggio di esporsi e la comodità del silenzio, c'è spesso solo un click di distanza.