Le mie modeste epifanie quotidiane - TRADITORI D'ARTE.
L 'abbraccio di Schiele al Belvedere a Vienna, il Cristo del Mantegna a Brera, la Flagellazione di Piero della Francesca a Urbino; Renoir con il suo Ballo al Moulin comesichiama al Museo d'Orsay, agli Uffizi la Venere di Botticelli (che, mio malgrado e accidenti a lei, continuo a non amare), un Sogno di Dalí al Thyssen di Madrid. È inutile: un'opera, al massimo due, è ciò che mi rimane di una visita ad un museo d'arte.
Sono impressioni indelebili, non perdono potenza neppure a distanza di decenni, ma sempre uniche, isolate.
Chissà se accade solo me?
Non mi accorgo immediatamente di questo dialogo privilegiato, ma abbastanza in fretta, nel giro di qualche ora. E non si tratta dell'opera che "mi è piaciuta", il criterio estetico è decisamente secondario: è una questione di potenza, di opere che mi parlano una volta e poi continuano a parlarmi negli anni. Per esempio: penso che Klimt "mi piaccia" più di Schiele, ma mi inquieta assai meno; direi di preferire Van Gogh agli impressionisti e Kandinsky ai pittori rinascimentali, eppure il severo San Francesco di Giotto mi rimane dentro - come quella svampita della Venere di cui sopra - più dei ricercati equilibri geometrici del russo; les mademoiselle francesi di fine Ottocento mi appartengono più intimamente di qualunque girasole tormentato, anche se mi lasciano perplessa.
Tutto ciò che è mercificazione dell'opera di un artista, perciò, mi sgomenta, perché il cartellino del prezzo è la negazione stessa del linguaggio libero, universale, misterioso e anche un po' imperativo dell'arte. L'arte come status symbol è cafonaggine, il possesso di un'opera è il suo tradimento e gli ingressi alle gallerie, per la miseria, dovrebbero davvero essere meno costosi, visto che mi "porto a casa" un solo pezzo a collezione.