LESA MAESTÀ. ANCORA DI CONTICINI.
La scuola italiana non è immobile. O, meglio, è rimasta colpevolmente immobile nei principi fondanti del peggior gentilianesimo (nel senso che ci sono tratti del pensiero di G.G. che avrebbero potuto essere valorizzati, ma si è preferito premiare classismo e antipedagogismo). Si è però trasformata, la scuola, nel tempo; piano piano, riforma dopo direttiva e indicazione dopo riforma, ha mutato pelle: da "scuola dei filosofi" (avercene!), è diventata "scuola dei contabili".
Dietro, una silenziosa e lacerante dicotomia: mentre i documenti ministeriali andavano arricchendosi di dichiarazioni ideali (significatività, autonomia, esperienza, cittadinanza, valenza formativa, inclusione, motivazione), le prassi di valutazione si facevano via via più assillanti, automatiche, classificatorie, chartizzate.
La ragione, l'unica vera ragione, è stata la sfiducia: sfiducia delle famiglie nella scuola, sfiducia degli insegnanti nelle loro prerogative. Così "valutare" è diventato un processo ad altissima frequenza, meccanico e impersonale, fatto di items, punti, somme e sottrazioni, medie matematiche. L'imperativo è l'oggettività (illusione di oggettività). La presunzione è la giustizia (e su questo punto, scomoderei don Milani). Lo slogan efficace è il merito (e ci sarebbe da discutere parecchio su cosa sia meritevole). La verità non detta è la necessità di pararsi le spalle da contestazioni, ricorsi et similia.
La curva gaussiana si è sostituita alla riflessione formativa e didattica sulla valutazione e, diciamolo, per alcuni insegnanti la curva accettabile è quella con una coda sinistra importante. Il mantra del voto ha preso il posto della passione e della riflessione. La mia scuola, quella di quaranta, quarantacinque anni fa, era infinitamente più stimolante e dialogata; il voto arrivava, come è giusto, ma arrivava dopo, in fondo, non era al centro, non incombeva, era... "naturale". Il "teach to test" è oggi diventato la norma, figlio dell'ossessione del numero.
Tutto ciò può anche piacere, intendiamoci, sono punti di vista.
A che tutta questa tiritera? I ragazzi, si sa, imparano presto, intuiscono i meccanismi, assorbono gli atteggiamenti. La notizia di oggi è che alcuni studenti abbiano applicato perfettamente meccanismi e atteggiamenti e, fatti i loro conti, si siano sottratti ad una "percentuale della prova d'esame". In realtà questo non dovrebbe affatto fare notizia.
Come tutti gli insegnanti e, pare, tutti gli italiani (che sono notoriamente i migliori allenatori, virologi, politologi, pedagogisti etc del mondo), anch'io ho la mia idea sull'operato di questi studenti. Però anche la mia idea (come la vostra) lascia il tempo che trova. Ciò che in pochi hanno rilevato è che il comportamento di questi ragazzi (eroi, furbetti o sciocchi, come preferite) si coniuga perfettamente con lo stile della scuola di oggi: ti fai due conti, decidi quale percentuale del test è accettabile per te, miri a quel voto e il resto non conta.
Il voto è tutto ed è tutto lì.
La curva con lo standard spostato a sinistra titilla l'orgoglio del prof indurito e insicuro, dello studente arrivista e del genitore ambizioso; ma lo studente intelligente svela il meccanismo e ce lo sbatte in faccia: boom!
Peccato. Peccato, perché in quel "resto" che ormai conta poco ci sono cosucce da nulla come il piacere di fare fatica per imparare, il gusto della scoperta inutile, il confronto libero, il lasciarsi provocare dai libri, il pensiero, la sfida. Peccato che questi studenti lo abbiano messo da parte e si siano limitati a fare i conticini.
Hanno applicato il modello, però. Direi che hanno imparato anziché no.
Non l'avessero mai fatto: metà dell'italico corpo docente insorge come di fronte a un delitto di lesa maestà. Il ministro dei ragionieri interviene con un tempismo degno del miglior teatro e crea la Norma. La Regola. La Legge.
Direi che forse non dimostra molta maturità ("capacità di pensiero critico" etc etc), ma una cosa, almeno, la rende evidente: che questi studenti si sono mossi perfettamente dentro le regole attuali, che sono, appunto, quelle di una scuola di contabili.