Non insegno/bis
«Sembra un po' che tu ce l'abbia con qualcuno», mi scrivono la mattina di buon'ora. È un effetto collaterale della condivisione pubblica dei miei entusiasmi domenicali.
Santo cielo, no. O meglio: sì, sì che ce l' ho: con la scuola spenta, non autentica. Il commento ricevuto mi ha "costretta" ad andare indietro con la memoria di quasi trent'anni e vi assicuro che non è sempre stata così, la scuola. Ricordo attività interdisciplinari sul campo, collaborazioni stimolanti, esperienze didattiche; ricordo vecchi colleghi oggi in pensione che proponevano e agivano. No, non è sempre stata così la scuola, ci siamo spenti nell'ultimo decennio.
Allora, sperando di chiarire il mio pensiero, cercherò di farmi perdonare entusiasmi e frecciate e di sviluppare un ragionamento più articolato.
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Credo che ci sia una grande bugia inconsapevole alla base: gli insegnanti non sono affatto coloro che trovano una collocazione professionale in linea con la propria formazione.
Io, almeno, appartengo a una generazione di insegnanti formata quasi esclusivamente sulla disciplina e poi messa alla prova quasi esclusivamente sulla didattica. Abbiamo studiato matematica o filosofia, letteratura o storia, biologia o fisica con rigore accademico, ma poi, una volta entrati nella scuola, la disciplina – quella viva, praticata, interrogata – è stata gradualmente abbandonata a favore della prassi scolastica: programmi consolidati, lezioni ripetute anno dopo anno, libri di testo usati come fonte.
È una dinamica che mi sono trovata a osservare prima di tutto in me stessa. Quando ho smesso di essere una studente della mia disciplina per diventare solo un'insegnante? Quando ho iniziato a parlare di scrittura, di semantica, di analisi testuale, di storia della lingua senza più praticarle davvero al di fuori dell'aula? Quando la preparazione delle lezioni ha sostituito completamente lo studio e la ricerca personale?
Paulo Freire (1998) esprimeva il concetto con estrema chiarezza: "La coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa è una condizione fondamentale per l'autenticità dell'educatore" . Non si tratta solo di una questione filosofica, é una necessità didattica concreta, supportata dalla ricerca educativa.
Ecco, nella scuola esiste spesso una frattura invisibile ma profonda fra ciò di cui noi insegnanti sappiamo parlare e ciò che effettivamente facciamo: quanti di noi praticano attivamente le loro discipline?
Chi di questi temi si occupa usa l'espressione teacher research – indica la pratica sistematica attraverso cui i docenti indagano non solo la propria didattica, ma il proprio campo disciplinare, integrando contenuti, epistemologie e linguaggi propri della disciplina con la riflessione sull'insegnamento.
Gli studi dimostrano che gli insegnanti che conducono ricerca nella loro area disciplinare sviluppano una comprensione più profonda anche dei bisogni degli studenti (se volete i riferimenti, chiedete e vi sarà dato). Questa pratica è rara - perché viene soffocata da attività "collaterali" all'insegnamento stesso, richieste formali, impostazioni didattiche (didattiche?) calate dall'alto - ma quando manca, la nostra credibilità, quella autentica, quella che dovremmo far percepire gli studenti, ne risente.
Freire parla di praxis: un processo continuo e ricorsivo di "azione-riflessione-azione". Non basta riflettere sulla propria disciplina in modo astratto: serve un'immersione pratica che poi viene riportata, riflettuta e trasformata in insegnamento autentico.
Ma già John Dewey aveva anticipato questo concetto, quando sisteneva che la conoscenza nasce dall'esperienza diretta. Per Dewey, gli insegnanti non dovrebbero essere semplici trasmettitori di informazioni, ma facilitatori che guidano gli studenti attraverso esperienze di scoperta – esperienze che, per essere proposte, mi pare ovvio debbano essere vissute in prima persona. Io lo ammetto: mi è accaduto, ad esempio, di proporre ai miei alunni la scrittura di un articolo di giornale senza mai essermi cimentata a farlo io stessa.E qui sta il punto: come possiamo guidare qualcuno attraverso un'esperienza che non abbiamo mai fatto?
Praticare non significa necessariamente essere ricercatori universitari o professionisti acclamati. Significa mantenere viva una relazione attiva, curiosa e produttiva con il proprio campo di studio.
Un insegnante di matematica che pratica la propria disciplina
analizza dati di attualità (elezioni, fenomeni meteorologici, fenomeni economici) usando strumenti matematici,
modellizza situazioni reali per risolvere problemi concreti,
mostra agli studenti come i numeri raccontano storie sul mondo. Non risolvono solo i problemini del manuale.
Un insegnante di italiano che non scrive è come un allenatore di nuoto che non sa nuotare. La pratica linguistica dell'insegnante può includere scrittura creativa, articoli, saggi, recensioni, partecipazione al dibattito culturale contemporaneo. Gli studenti hanno bisogno di vedere che la scrittura non è un esercizio scolastico, ma un atto di cittadinanza intellettuale.
Chi in cattedra parla di scienze, geografia, storia può essere un ricercatore attivo, anche se su scala ridotta, applicare il metodo scientifico o storiografico a domande concrete e "vicine".
La ricerca educativa dimostra che gli insegnanti che mantengono una "mentalità scientifica" – caratterizzata soprattutto da curiosità sistematica – sono più efficaci nel trasmettere queste competenze agli studenti.
Per le discipline tecniche e artistiche la connessione è più immediata e diventa illuminante per tutti noi: un insegnante di educazione fisica che non praticasse attività motoria, un docente di arte che non disegnasse, un insegnante di tecnologia che non usasse strumenti digitali perderebbe immediatamente credibilità. Come può essere credibile, allora, un docente di storia che non ricerca?
La pratica diretta, inoltre. permette di comprendere le difficoltà concrete che gli studenti incontrano, di aggiornare continuamente le proprie competenze e, soprattutto, di conservare (e forse trasmettere) l'entusiasmo autentico.
Insomma: la credibilità dovrebbe scaturire dall'autenticità, non da un concorso o da una graduatoria scalata a forza di supplenze. Invece...
Secondo me l'insegnante autentico è chi
mantiene viva la propria curiosità intellettuale, chi considera se stesso uno studente, chi dimostra attraverso l'esempio che l'apprendimento è un processo continuo. La nostra scuola non facilita in alcun modo tutto ciò, ma possiamo provare, almeno, a liberarci dalla schiavitù manuale-test? Non per pubblicare su riviste scientifiche, ma per mantenere quello sguardo fresco, interrogante, che solo la praxis ci può conservare.
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Ecco, il mio post di ieri, quello che ha fatto storcere qualche naso, significava esattamente questo.
Quante volte ho insegnato analisi del testo senza produrre io stessa testi significativi? Quante volte ho parlato di argomentazione senza mettermi alla prova con la scrittura di opinioni, saggi, riflessioni, fuori dall'aula?
Non serve essere premi Nobel o autori bestseller. Serve però avere l'umiltà e il coraggio di mettersi in gioco, di continuare a imparare, di sporcarsi le mani con la propria materia. Serve uscire dalla zona di comfort della lezione ripetuta e immergersi nel processo vivo della conoscenza, della praxis che sola ci avvicina alla comprensione del mondo e di noi stessi.
È profondamente ingiusto che questa praxis – questo ciclo continuo di azione e riflessione – sia un lusso riservato agli insegnanti particolarmente motivati o inguaribilmente ribelli. Credo invece che dovrebbe essere il cuore stesso della scuola, ciò che trasforma la trasmissione di informazioni in un vero atto per ex-ducere, educare, per in-segnare a mettere in gioco le discipline.