PERFORMANCE E CONTRIBUTO, IMMAGINE E PAROLA. Dello scrivere
Si parlava di viaggi, di ricordi, di avventure e la mia giovane interlocutrice se n'era uscita con qualcosa che mi aveva lasciata interdetta: «Ma il mio diario sono le storie di Instagram!». Le stavo consigliando di scrivere, aspiravo ad essere una specie di saggia voce materna e lei mi aveva sistemato, con un filo di spocchia, come una povera scema d'altri tempi. Per scelta, da parecchio non mi perdo più a discutere con le superfici impermeabili, ma: un diario? Le "storiiiies"? Rinuncia totale a qualsiasi riflessione articolata, abdicazione alla parola, nessuna emozione per cui trovare un nome, non un tormento ...una banale vetrina: il tuo diario è un piccolo, triste, centro commerciale dell’anima, mia cara.
Mi torna in mente oggi, che sono un po' incupita dagli eventi, quella breve conversazione; mi chiedo quali storie avrà prodotto la fanciulla mentre soffiano questi venti di guerra. Allora immagino la mia young lady invecchiata, una vecchia signora seduta sul divano che scorre le sue foto, con una nostalgia un po' inacidita: «Ah, guarda qui… l'outfit numero 3400, con filtro Glamour potrei pure ritentarlo, cosa credono...». Sul display sorrisi sempre più calibrati via via che gli anni hanno aggiunto pesantezza ai lineamenti, gambetta perennemente bloccata in quella ridicola posa "Barbie foot", l'espressione immancabile di chi sta costruendo qualcosa di importantissimo, senza avere la minima idea di cosa sia. Vedo una vecchia, ricordata solo vagamente da altri vecchi che come lei hanno affidato al pubblico il film muto della loro esistenza. Costoro avranno una vita di stories anziché storie di vita.
Penso ai miei genitori, ai "miei adulti". Ti regalavano il diario segreto col lucchettino dorato al tuo decimo compleanno ...ed era già un suggerimento di prevenzione e tutela della salute mentale, accidenti. Penso alle loro lettere, alle dediche sul retro delle foto: foto in bianco e nero, piccole, a volte un po' sghembe. Poche, che andavano stampate. La sobrietà era, prima che un principio etico, un tratto di buona educazione: Dio, come ci siamo involgariti! Noi raccogliamo cuoricini, ma di chi? Ma perché? E tu cosa hai fatto, signorinella, cosa pensi, dove vai, chi sei davvero? Cosa lasci di te? Quale scoperta, quale pensiero da recuperare? La vita è fuori dallo show e nella vita la tua parte non è performance: è contributo. C'è una comunità, non un pubblico.
E dire che questa giovane donna è pure una personcina istruita. Eppure il suo pensiero - se c'è - è solo orizzontale, teme le altezze e le profondità. Ed è muto. Ma la scuola non dovrebbe insegnare a interpretare gli accadimenti, a interrogarsi sulle esperienze, a fare qualcosa che cambia un pezzetto di realtà?
Scrivilo il tuo diario, ragazza, dammi retta, agisci e rifletti: domani avrai qualcosa che non sparisce quando chiudi l’app.