TERMINAL 4 - Italians
Angy è in ansia dal mattino per paura di perdere il volo. Che io quasi quasi... Alterniamo parole tranquillizzanti a piccole strigliate affettuose. Conta le ore, i quarti d'ora. Conta le fermate della metro.
Arriviamo comunque con ampio anticipo. Sui tabelloni della sala partenze il volo non compare e l'info-man di Iberia, a cui ci rivolgiamo con sorridente fiducia, attacca una conferenza in una lingua ostica (inglese castigliano rapido) e scarabocchia misteriosamente le nostre carte d'imbarco; noi rimaniamo lì in stile baccalà. Ha detto di non preoccuparci, così cominciamo a chiederci se dobbiamo preoccuparci.
Avanziamo verso la zona del controllo di sicurezza. Il volo ora appare. Poi scompare di nuovo. Però non è cancellato. Però boh.
Al controllo togli le scarpe. Sfila la cinta. Togli il foulard. Señora l'orologio. E fermati che ti struscio, hai la faccia di una che maneggia nitro. Non muoverti, vediamo cosa dicono le cartine (io spero non mi faccia togliere altro).
Passo, ma quella, ne sono convinta, mi guarda male.
Un mezzo avanzo di beveraggio è rimasto nella borraccina dello zaino, maledetta me. Scusi, era per la niña. E quanti anni ha la niña? Dodici. Ok, seguitemi.
Cosa vorrà fare?
In loco separato e sicuro, scansione fantascientifica della borraccia con due decilitri di Coca-Cola, roba così mai vista neanche nei film: tienes niña, con carezza rassicurante sulla capa di lei e sguardo severo rivolto alla madre. Io.
In prossimità del duty free, il capo spedizione si accorge di aver lasciato il telefono nel vassoio del controllo. Torna su. Non scende. Faccio squillare. Non risponde. Torniamo tutti su. Ci aiutano? Diciamo che le signore della seguridad sono gentili, ma hanno l'aria di pensare che siamo un po' scemi: insistono che il telefono sia dentro la nostra mochila. Ma no signora, nello zaino non c'è. Ma aprite el maletin, che magari è lì. Ma no señora, non è nel trolley, è stato lasciato nel vassoio.
Non si sa bene quali folletti tormentino e quali santi proteggano quello smartphone, che ha il vizio di perdersi sui mezzi di trasporto esteri: dopo essere stato ritrovato alla stazione di Innsbruck, si rifà vivo anche all'aeroporto di Madrid. In un vassoio. Sospirone.
In buona sostanza, in un'ora abbiamo avuto per tre o quattro volte la sensazione che i nostri interlocutori (latini e terroni nell'anima quanto noi, mica frigidi ed efficienti scandinavi...) pensassero
"Ah, questi italiani!".
Bon. Gate Y40. Finalmente. Ma devo procurarmi nicotina. E acqua. E devo fare pipì. E mentre faccio pipì squilla il telefono: Angy reggi la borsa che vedo di rispondere. In equilibrio fisico e psicologico precario (soffro di angosce varie nei bagni pubblici) ricevo dal marito la comunicazione che è stato cambiato il cancello di imbarco. Lui è già diretto al Gate H32. Tira su, tieni, lavati, apri, chiudi, aspetta, pronti partenza via, attraversiamo a passo sostenuto tutto il Terminal 4. Magari tutto no, ma insomma. E speriamo che il capo abbia preso anche i nostri trolley. Che palle.
Si imbarca l'universo mondo, il volo è al completo. Si ritarda di qualche minuto la partenza. Però a bordo il pilota dalla bella voce calda e rassicurante si scusa del disagio; ci informa con orgoglio da Grande di Spagna che, comunque, Iberia ha non so quale record di efficienza e puntualità.
In effetti atterriamo puntuali. E pure le hostess son proprio proprio belline.
Io devo sempre esercitare una violenza su me stessa per non balzare italianamente in piedi, pronta allo scatto, appena l'aereo si ferma. Urge dentro di me il recupero bagagli dalle cappelliere e solo con uno sforzo notevole mi mantengo inchiodata ad aspettare che la calca defluisca.
Fine; i cani antidroga italiani ci snobbano. Almeno loro.
Raggiungiamo l'auto senza intoppi, però partire è più divertente che tornare.