QUALCUNO AVVERTA TAFFO
Ora tiriamo un sospirone, organizziamo magari una novena di ringraziamento, o una processione al cimitero e recitiamo insieme: "Sia lode a Dio che Sanremo è finito".
Veramente, ogni anno si soffre di più: perfino la quotidiana edizione del Corriere mi ha tenuta informata di ogni rutto.
Durante la scorsa edizione, considerata la valanga di commenti all'esibizione di uno (di quelli che a Sanremo scrivono la Storia, immagino) mi ero messa d'impegno e avevo seguito un'intera serata. Traendone la conclusione che much ado about nothing.
Quest'anno di canzoni manco si è parlato: e le crisi isteriche e il Presidente e i vestitini e i teatrini e gli uteri-bijou e le trovate volgarotte che io neanche in terza media e la Barbie milanese e la maglia della nazionale e, e, e.
Ahia i monologhi, che male. Uno parla, un milione commenta incazzato. Qualche intervento me lo sono pure andata a leggere, senza capire perché potesse aver infastidito tanto.
Preciso che non è che io non guardi il festival per snobismo, né per ideologia spicciola. Semplicemente non capisco una beata mazza di musica (delle canzoni mi colpiscono - e imparo - solo i testi), non mi sconfinfera. Però oggi mi chiedo se qualcuno abbia anche cantato.
Ora, va bene che se non si fa un po' di casino il Festival se lo filano in quattordici e il mercato ha le sue regole, ma a tutto c'è un limite. Chi scrive il palinsesto probabilmente ha l'eleganza di un tricheco, chi scrive le canzoni magari non assurgerà all'Olimpo degli artisti, ma anche commentatori e giornali pare abbiano perso un po' la Trebisonda.
Sanremo è Sanremo, ho capito: fu il "festival della canzone italiana". Taffo pensaci tu.