A NORD - Diario completo.

15 - ASPIRAZIONI
Saremmo dovuti partire diversamente, ma gli imprevisti non esistono solo sul tabellone del Monopoli, perciò ci adattiamo alle nuove nuove, non buone, e ci apprestiamo ad un lungo (ma abbreviato) viaggio in auto.

Calzoncini, caricabatterie, cerotti, ciabatte...
Fazzoletti, felpe, forbicine...
Maglie, melatonina, mutande...
Tachipirina, tennis, t-shirt...
Fase odiosa. Rassegna di oggetti, ipotesi di bisogni, riduzione velleitaria, accumulo progressivo, cerniere da chiudere.

Partire, respirare, aspirare. Non avere mete ma idee, forse miraggi. C'è chi calcola i chilometri, io non posso, "I google". Rischio sempre grosso quando vado a caccia di immagini e di racconti, quando mi incammino decisa a ficcare il naso, oscillante fra il fascino patinato dell'ovvio sbirciato in rete e l'iconoclastica determinazione a seppellire stereotipi.

Oggi ho aspirazioni baltiche e inseguo le chimere e i venti dello Skagerrak. Curiosità geografiche e golosità storiche.
Non fantastico tanto delle spaventose polene vichinghe, così lontane da me, né di misteriose pietre runiche, consumate da un norrenismo da strapazzo. Piuttosto, ho bisogno di evocare l'Ottocento nordeuropeo, ruvide mogli di pescatori d'aringhe e massicci commercianti di coloniali, persone di carta che ho amato, certe atmosfere a me sconosciute: vado ad annusare l'usta del grosso console Buddenbrook, a camminare dove il volto patito del giovane Andersen si sollevava a sognare l'arte e dove il povero, povero Kierkegaard si perse per sempre dietro alle "Possibilità", per sempre intristendo qualche settimana di scuola agli studenti.

Sospetto che l'impeccabile Nord abbia un cuore caldo, una fervida immaginazione e che ceda perfino a una certa tentazione di malinconia. Vi dirò.


16 - SUDORE APPICCICOSO
Prosecco a fiumi, birra non parliamone. Freschi bicchieri appannati per ogni dove.
Vociare nelle strade, affollate di maschi scamiciati e femmine scosciate, non più uomini, non più donne.
Sulla riva, musica latina e vecchie glorie pop.

Non siamo al Bagno Gabriella con le caviglie insabbiate nelle ciabatte di plastica, siamo nell'elegante Würzburg, nella nobile Herbipolis di antichi natali. Ai piedi della Festung Marienberg il solleone involgarisce, estenua.

Dio ci salvi dal sudore appiccicoso di questi agosti decadenti con panze in bellavista. 


17 - L'AMABILE

On the road incontriamo la pioggia: fuori il golf dalla valigia con contorno di gridolini di gioia; il Nord ci accoglie sulla porta con tutto il suo fascino nuvoloso. 
Approdando a Lubecca torniamo ad indossare - finalmente - felpa, calze e piumino leggero; ed è già un piacere. La regina del Baltico porta l'amore nel nome: Lubecca nasconde forse quella radice dolce (lub/lib-) nelle pasticcerie profumate di Rosenwasser dove s'impasta il marzapane più famoso.

C'è un grande braciere che sorregge un bel fuoco attorno al quale si siede chiacchierando, sorseggiando una birra, godendo i riflessi della sera nel canale. C'è buona musica e ci sono persone garbate. 
Anche in piazza, fra il municipio e la Marienkirche, c'è musica, sebbene meno intima, meno composta: ma perfino questo LubeckPride sembra lasciarsi vincere infine dalla pacatezza accogliente della città vecchia.
Ci sono sculture bizzarre, fontane curiose, capanni di artisti aperti al pubblico. Ci sono giovani medio-orientali che giocano per strada.
C'è uno spirito libero in questa Lubecca inattesa, a misura d'uomo, un che di ecologico e pacifico. 


La città ha sciolto per sempre la tensione drammatica di Tonio Krōger e dei rampolli di casa Buddenbrook fra Arte e mercato, fra Spirito e rigore borghese. La capitale anseatica -bella delle sue torri, dei suoi magazzini di mattoni rossi, dei suoi bastioni possenti; orgogliosa del suo severo municipio, del suo gotico nero, della sua vecchia, solida Commerzbank - apre il suo antico cuore insulare alla fantasia. Forse perché gli inverni fra queste strade di pietra scura devono essere davvero lunghi e grigi.

Amabile.
18 - LEGO E SELVAGGIUME
Richtung Puttgarden, il nastro d'asfalto si srotola dritto e liscio che è un piacere.  
Poi un casello, ticket automatico, corsia d'imbarco n.8 e siamo a bordo. Non proprio come prendere un traghetto in Italia, pochi minuti e battiamo bandiera danese. 
La poppa della nave, prima sollevata (un Lego Technic formato maxi, in pratica), scende silenziosamente e silenziosamente va a prendere il suo posto, incastrandosi come solo in Danimarca sanno incastrare i pezzi. Il Baltico, finalmente. 

Ø, Å, che vuoi che sia, basta farci l'orecchio, associare. Incappiamo nelle prime grafie inconsuete mentre un insolente gabbiano - ben informato su usi e costumi umani - vola con noi, si lascia fotografare, attende il compenso commestibile. 

Dall'attracco in poi, isole infinite, ponti sorprendenti. Decidiamo di perderci nel vasto selvaggiume danese (meno figo di wilderness, più rispondente), su stradine sterrate, fra arbusti colorati, campi che sfiorano il mare, casupole sparse e sperse, scogliere di gesso. Il Baltico, comunque, è gelido anche solo per pucciare i piedi.
København si profila. 

19 - QUALCOSA DI SIMILE ALLA LIBERTÀ 
Biciclette.
Pulizia, metodo, rispetto.
Joie de vivre, tolleranza.
Linee, luce, logica. Finestre bianche, vele.
Biciclette.
Trovo così difficile individuare una cifra comune alle tante sensazioni diverse che provoca la città, una cornice unica in cui racchiudere tutto. 
Pusher Street è stata scavata, ma dagli stessi abitanti del quartiere anarchico in cui si trova; nessuna guardia armata mostra i muscoli in giro per la città, quasi quasi puoi suonare il campanello a casa della regina.

I danesi spendono, amano le belle cose; i danesi disegnano design, ma non si preoccupano troppo di come vestirsi la mattina.

I danesi sono veloci ed efficienti, ma il mezzo di trasporto per eccellenza è la bicicletta, più a Copenaghen che ad Amsterdam.

Qui puoi comprare anche una caramella senza cash.

Qui corrono quanto a Milano, ma nessuno si incazza, nemmeno con me, che mi incastro nei pedali e rallento la partenza al semaforo. 
E mi pare che la gente ami divertirsi.
La storia è conservata e protetta, ma più per amore che per erudizione o per bottega: un pezzo di storia lo trovate nelle lustre toilette pubbliche di piazza Amagertorv. Gratis. Un pezzo di storia sono anche i giovani, rubicondi macellai del mercato coperto di TorvehallerneKBH.
Credo che tutto questo abbia a che fare con qualcosa di simile alla libertà.

CORPI
Ore 8.30.
Sono due, sono fresche e bionde, cinguettanti. Incarnazione della salute, hanno pelle a grana fine, dentatura solida, gambe snelle e robuste, lunghi capelli luminosi. Sono belle: anche se so che i maschietti si soffermerebbero su altri dettagli, sono belle perché sono sane, giovani, sode e piene di energia. 

Sì servono la colazione al buffet: ketchup sul toast e una vasca di patatine fritte. 
Ora, a parte il fatto che trovo criminale offrire patatine fritte a colazione, come è possibile che questi nordici corpi non ne risentano? È perché praticano più sport, perché affrontano con meno paura il freddo? È che son belle croccanti fuori, ma hanno veleni che scorrono a fiumi nelle vene? È che sono giovani, poi vedremo fra qualche anno? Non lo so.

So che - al di là del turbamento nel vedere come si nutrono questi vichinghi -mi chiedo se i nostri tanti cuccioli obesi non troverebbero giovamento in un po' di nordico lifestyle, in barba alla dieta mediterranea.

20 - IL CASO NON ESISTE
I ponti sono la metafora dell'andare oltre, promettono un poi e perciò si solito piacciono. Ma i ponti di Copenaghen sono tanti e tanto di più, perché stanno a metà tra necessità e sfizio: ponti per le auto, per i treni, ponti per i pedoni, per le biciclette. Sempre e comunque signori ponti, con doppio senso di marcia, con i "balconcini" per la sosta, ponti triplici, ponti fantasiosi. Linee curve spettacolari. Ma la cosa più assurda e fascinosa sono i ponti inutili: passerelle che avanzano nel canale, illudono, vanno dolcemente su e giù, curvano, ritornano, senza darsi pensiero di allungarsi verso la riva opposta. 
Volevamo andare a Dragør. Volevamo andarci in bicicletta, perché... perché siamo bravissimi a organizzare spedizioni un po' assurde. Volevamo vedere le casine dei pescatori e mangiare lo Smørrebrød vero e cose così, che tanto sono pochi chilometri. Ora, se i chilometri sono un dato oggettivo, le distanze non lo sono, le distanze si percepiscono, come le temperature e le antipatie. La distanza percepita lungo una ciclabile che costeggia la statale con il vento contrario è siderale. Soprattutto se si sbaglia strada. Ma "il caso non esiste" (cit. Maestro Shifu) e infatti la spedizione è servita a capire perché da queste parti tutti fanno girare le pale. Eoliche.

Però Dragør merita una visita, anche se un po' sudaticcia. Quando in un posto scatti un'infinità di foto, significa che stai tentando (di solito vanamente) di portare con te il profumo di un'atmosfera, una pietruzza bianca da lasciare sul sentiero del ricordo. Questa pedalata valeva la pena perché qui sento il paese - le stufe dietro le finestre, le camere sotto i tetti di paglia - e sento il mare: il mare è pesce, vento, navi, non è il Bagno Gabriella e l'odore stucchevole di crema solare. Mi piace questo mare.
Le case gialle e azzurre dei pescatori a Dragør catturano il sole.
FANTASIA
Ora, cos'altro potevano inventare qui, se non i Lego? 






E comunque sì, certo, abbiamo pagato anche  il nostro tributo alla Sirenetta.

CORPI BIS
Sono stata in dubbio sullo scrivere questo post, ma, essendo io di colori e corporatura un po' terrona, posso permettermelo. 

Ieri ho avuto la tentazione di fotografare due ragazzi che si sbaciucchiavano. Lo so, lo so, non si fa. Ma il fatto è che erano belli! 
Abbigliati di poco e poco bene, come spesso accade qui, quasi gli abiti fossero un fastidio. Lei superava - a occhio e croce - il metro e ottanta, un corpo statuario e un viso assolutamente angelico, ma proprio da pubblicità del sapone neutro per bambini. Di lui non dico neppure, ho un marito. 
Insomma, il fascino biondo, nordico, freddo ma puro, non algido. 

Allora ho pensato a questa cosa dei biondi-belli, che, se sono belli, non sono solo belli, sono una favola, accidenti a loro. Mi sono anche sentita un po' nazi. 
Lo so che quei due giovani esemplari ariani non sono più felici di chiunque altro, che magari sono antipatici, che il loro amore non è più facile, eccetera eccetera eccetera. Però, ragazzi, come ho fotografato il Nyhavn, avrei potuto pure fotografare loro. La bellezza va celebrata.

21 - LA E20
Un insistente vagare dell'auto, un'indecisione malcelata nel seguire le indicazioni facevano presagire un'idea. 
Io lo sapevo, lui voleva passare IL ponte. 
Nonostante avessimo cambiato i programmi di viaggio già due volte, nonostante tutti i contrattempi, lui voleva IL ponte. 
Peccato che, una volta trovato il coraggio di esprimersi, l'idea sia apparsa in tutta la sua insensatezza: "Andiamo di là e poi torniamo indietro". 
"Ok: dovrei pagare 85 euro per il puro gusto di stare là sopra?" 
"Ma è un'occasione unica!"
"Ferma alla prima rientranza che ne parliamo un attimo". 

E così al nostro percorso verso lo Skagerrak è stata impressa una subitanea variante: in pochi minuti abbiamo prenotato un pernottamento in terra svedese e imboccato la E20.

Øresundbron, capolavoro di ingegneria; il ponte più lungo d'Europa; il patto di amicizia fra due nazioni; più prosaicamente, un comodo collegamento terrestre fra la Scandinavia e l'Europa centrale. Insomma, devo ammettere che un po' di brividi li dà questo essere sospesi sul mare.  

Malmö è alla stessa latitudine di Copenaghen, ma è più a nord. 
Perché sì. 
A Copenaghen e a Malmö si parlano lingue scandinave orientali. Ma, mentre ad ovest del ponte chi bazzica un po' il tedesco può capire qualche scritta, ad est ci sono solo k, g e t: sembra di sfogliare il catalogo Ikea. 
Copenaghen è colorata, Malmö è verde e azzurra. Copenaghen è piena di gente a tutte le ore, Malmö lascia spazi fra le auto, fra le bici, fra le persone. A Copenaghen oggi il clima è abbastanza mite anche se pioviggina, a Malmö il vento ti gela anche sotto il sole a picco. 
In una ventina di chilometri abbiamo incontrato il Nord. Perfino le signorine dietro il banco della hall sono freddamente sorridenti. 
Ma è ancora più mare, ancora più respiro, ancora più luce.
Il cuore della città è dissonanza senza traumi: vecchie chiese in mattoni rossi accanto a grattacieli di vetro, Burger King e Sushi bar dentro una linda e colorata Stazione in perfetto stile liberty, la moderna sagoma d'acciaio dell'università che si staglia dietro a un veliero, un'altalena di legno lungo la banchina del porto nuovo. C'è un naturale equilibrio dei contrasti che affascina.

Il cimitero è l'espressione massima dell'armonia di questa città: il cimitero è un semplice parco cittadino, tranquillo e ombroso, che le persone attraversano, dove noi capitiamo per caso e dove si passeggia fra lapidi antiche e nuove, immerse nel verde, senza fronzoli: la vita e la morte si confondono, si toccano, si accettano.
Vorrei essere accolta, alla fine, in un luogo così: riposante, semplice e non troppo lontano dalla vita.
22 - BLUETOOTH E VELIERI
Abbiamo cercato l'anima verde della Danimarca, abbiamo trovato ponti curvi sul mare nero battuti da raffiche di vento e distese di brughiera visitate da poche pecore. Lo Jutland sembra una penisola passabilmente compatta quando lo guardi in scala 1:1.000.000, in realtà è un'accozzaglia di lingue, fiordi, lagune e isolotti. I ciuffi di erica qui non se ne stanno chiatti e contorti sul terreno come da noi, s'alzano dritti, crescono decisi.
Abbiamo cercato il Nord, abbiamo trovato colline che si susseguono a perdita d'occhio, prati, paludi e campi d'orzo, pioggia finissima, quasi impalpabile, e freddo.
Abbiamo cercato lo spirito del luogo, abbiamo trovato gigantesche pietre runiche, i Vichinghi - uomini liberi di navigare e predare - e re Harald Gormsson, detto Dente Azzurro: il Bluetooth.

Se il Bluetooth ha unito i dispositivi digitali e Harald ha unito gli Scandinavi, è evidente che l'Europa l'hanno unita gli italiani: Cristoforo procuró le onnipresenti patate, salvando tutti dalla fame, i pizzaioli fecero il resto. Ormai la pizza italiana la mangi ovunque: non sarà quella di Napoli, ma non è peggiore di quella di Milano (accade che sia pure meglio). Gli italiani emigrati nutrono mezza Danimarca e gli italiani in vacanza mangiano pizza per necessità: talvolta dopo le 19.30 è l'unica alternativa disponibile al Burger King; alle 19.45 puoi sentirti dire che è too late per cenare. A questo non mi abituerò mai, terrona che non sono altro.

Il kettle per la tisana è disponibile in molti hotel, qualche volta c'è pure la tisana e, se dovremo digerire la pizza italo-danese con il salame piccante, sarà una benedizione.

Sul molo di Aalborg è attraccata una nave da guerra, un bestione vestito a festa. Fa strano vedere le lucine sopra i cannoni. C'è un concerto . C'è gente che se ne va pedalando e cantando su una sorta di bici-bar, incurante della pioggia. Velieri e velieri e velieri, che pare il set di Pirati dei Caraibi: ci sarà una regatta.

Rientriamo zuppi attraverso vie confuse tra passato e presente, dove si alternano sghembe case a graticcio e piatti edifici in cemento con enormi murales colorati.
È giovedì. Giovedì abbiamo incontrato una terra diversa.
23 - KATTEGAT & SKAGERRAK 
Grenen. 
Le foche baffute e paffute richiamano turisti quassù quanto i musei dalle parti nostre, ma per fortuna sono pochi i turisti che van per foche in una giornata tempestosa su questa lingua di terra selvaggia. Perciò ci godiamo la meta ultima e mitica del nostro viaggio circondati da rari esemplari umani e tanti uccelli, che, nella mia infinita ignoranza del regno animale, non so distinguere e nominare come meriterebbero.
Il bacio fragoroso fra i due mari, all'estremità settentrionale del Kattegat, ha davvero un che di allegorico e primordiale, sebbene il nostro arrivo non sia tanto mattiniero quanto sarebbe necessario per passeggiare fra i focidi.

Con i jeans che si vanno inumidendo - se di spruzzi o di pioviggine non si capisce - ci inoltriamo lungo la costa più deserta e più schietta.
Mentre le onde vanno eternamente ad abbracciare le onde, lo sguardo cerca la linea di orizzonte e ad est intercetta una saga mai finita di scafi, armatori, porti, merci, denaro: sono una ventina le navi che si contano ad occhio nudo sul Baltico, pare una sequenza cinematografica, una rievocazione storica. E invece è l'Hansa del nuovo millennio.
Ad occidente la distesa più scura dello Skagerrak e il vasto Mare del Nord. In pochi luoghi - forse nessuno - ho "visto" la carta geografica emergere chiaramente dal paesaggio come qui.

Sabbia, brughiera umida, le grida dei gabbiani. L'insediamento umano più vicino a diversi chilometri di distanza, immerso nel viola dell'erica. Vien da pensare che siamo stati proprio dei fessi a colonizzare tutte le nostre nostre coste con fabbricati di dubbio gusto, chioschi chiassosi, foreste di ombrelloni, un'accozzaglia inutile di rumore e odori e plastica colorata.

Anche viaggiare in auto diventa faticoso: il vento si fa via via piú violento. Spinge, gira. 
Non è difficile credere che sposti l'enorme duna di Råbjerg Mile per metri e metri ogni anno, tanto da seppellire edifici. La risaliamo, benedicendo la pioggia che ha compattato la sabbia; la vasta sommità svela un paesaggio surreale. 
Le onde del Nord si mangiano la costa.

24 e 25 - CICOGNE, PECORE, GRU
Il viaggio verso sud ci ha regalato una pausa gradevole nella gradevole cittadina di Ribe, la più antica di Danimarca, si dice: dritte vie acciottolate fra storte case secentesche a graticcio, grandi nidi che attendono il ritorno delle cicogne.
La vera chicca però è stata il Mare dei Wadden, una specie di laguna vastissima soggetta a maree (controllare gli orari di alta e prestare attenzione) che ricoprono strade e isolano penisole. Ci avventuriamo su una striscia di terra sconnessa - brevemente emersa - e raggiungiamo un isolotto di 27 abitanti. Qualche ora dopo sarà un'impresa ripulire la macchina dal fango.
Sul mare dei Wadden, dove sterminate greggi abbondantemente lanute pascolano sonnecchiose terreni salmastri e pimpanti uccelli dal becco lunghissimo pascolano dentro l'acqua bassa, sopravvivono mulini e specie aviarie protette.
Ma chi sempre muore e rinasce è invece Amburgo, città sorprendente.
La sua anima è di mattoni e di metallo, la sua cifra la determinazione, il suo credo "collegare", la sua arte l'architettura, il suo peccato il teatro.
Amburgo è il luogo dove significante e significato si identificano, niente fronzoli, la sua estetica è l'etica, buono é bello: belli sono i mille ponti e le passerelle di ferro, belli sono i rossi magazzini uniformi, belli sono i moli, le gru, le navi, belli sono i nuovi, avveniristici edifici dei quartieri riqualificati, dove il futuro torna a incontrare il fiume.

Forse la città può non piacere, ma stupisce e affascina. Ponti, gru, laterizi, navi e progetti da realizzare, consapevolezza. 

Amburgo ha una visione.
26 - FIABE E CAFFÈ AMARO
Molto più essenziale e molto meno vanitoso di noi, ha pudore delle emozioni, non delle idee: il cuore caldo del Nord si è lasciato avvicinare, ma allo stesso modo di un gattone sospettoso, che non ama essere accarezzato. O forse il Nord rimane "un mito che non mi è consueto".
Il design sobrio e l'architettura audace, l'arte utile; le fiabe e le vecchie case sghembe, il fresco e la brughiera; l'insofferenza per ciò che non è funzionale e la pizza come rifugio; gli spazi aperti e gli abiti comodi; la birra e il lungo caffè amaro. In tutto ciò mi sono ritrovata, ma ho sognato "un sogno che si fa incompleto" .
Abbiamo avuto il nostro aringa-time in riva all'Elba e il tramonto sui canali. Ora la Renania e il Baden-Württemberg sono per noi un po' come tornare a casa: un piacere conosciuto.





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