Articolazioni come tapparelle.

Le aule antiche danno su corridoi  chiusi, altissimi, resi soffocanti dalle pesanti porte tagliafuoco.
La tromba stretta e fredda delle scale ripide è percorsa ancora, cent'anni dopo, da voci squillanti, incongruenti all'architettura come un cappello mal abbinato all'abito.
Enormi termosifoni di ghisa. Finestre lunghe lunghe, infissi rinnovati e tapparelle rotte. Aule dai nomi tetri incisi su cimiteriali lastre di marmo. 

No, non mi piace. Mi appoggio pericolosamente ad una cattedra instabile e penso che non mi piace. Guardo un muro di pietre vive, il panorama che offre questa finestra,  e penso che no, la scuola dovrebbe essere un luogo luminoso, arioso, fantasioso. Ampio. Aperto. Allegro.

Scruto queste faccine rosee - uno sguardo fiducioso, uno indagatore, uno insolente - e penso che questa scuola è troppo vecchia, questa prof troppo vecchia, anche se entrambe fanno del loro meglio per rispondere. 
I piccoli pensieri seduti di fronte a me non hanno motivo alcuno di accogliere i miei entusiasmi per un decumano sopravvissuto ai millenni o per il bacino idrografico del Reno. Nessun monitor di ultima generazione potrà fare il miracolo di accendere questi sguardi trasparenti, aperti su un mondo che solo l'energia fresca di una giovane insegnante e lo stimolo vivace una scuola vera possono rendere affascinante.
I miei dolori articolari e il vecchio palazzo scolastico sono così simili e così inadeguati.

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Grata. E col fiato corto.