DIES IRÆ
solvet sæclum in favilla
teste David cum Sibylla.
Quantus tremor est futurus
quando iudex est venturus
cuncta stricte discussurus.
L'incipit del Dies Iræ mi tormenta da ieri.
Si sgranano rapidissime le giornate intense di preparazione dell'a.s. e, mentre fremo di entusiasmo per le meraviglie che potrò scoprire con i miei ragazzi, di quando in quando trapela, si lascia intuire in qualcuno questo piglio da cuncta stricte discussurus che mi provoca sconforto. Inutile e così lontano da tutto ciò che mi ha formato: la ragione e l'amorevolezza di Don Bosco, la "testa ben fatta" anziché "ben piena" di Morin, la pedagogia maieutica.
Credo nell'uomo, posso continuare a crederci, perché "io partecipo dell'umanità" e perché ho abbastanza primavere sulle spalle per soppesare la riuscita globale, lo spessore umano, la capacità di giocarsi la vita di centinaia di ex alunni - bravi, bravissimi e pessimi studenti - senza pregiudizi e paraocchi.
Il pensiero va ai miei insegnanti, molti dei quali furono appassionati cultori delle loro discipline e, per me, autentici mentori. Il giorno in cui lo scopo del mio domani in cattedra si risolverà in un miserrimo tremor futurus, quando mi si chiederá di indossare i panni di un arido iudex, in dovrò trovare la forza di abbandonare per sempre e senza rimpianti il mio lavoro.