Il maestro Manzi e le corone da arrosto .


Delle elementari ricordo i pensierini quotidiani: così semplicemente si imparava a scrivere! Una pagina al giorno di libertá espressiva, poi i disegni sul quaderno, un disegno per ogni "pensierino", e un commento della maestra in fondo ad ogni pagina. 
Ricordo infinite ricerche di gruppo accompagnate da eccellenti merende, meravigliosamente poco sane; ricordo i problemi da risolvere, tanti problemi, tutti ben organizzati con i dovuti colori; e poi le letture, accuratamente scelte per incantarci, e le poesie.
Alle elementari c'erano sempre un sacco di figure da ritagliare, fogli da impiastricciare e discussioni; ricordo persone che venivano a raccontarci cose, cose interessanti: come funzionava la banca, o come combattere certe malattie orribili. Poi ci regalavano un righello colorato o ci timbravano il braccio con il test della TBC.

Alle medie c'erano i libri: non so perché, non ne ricordo prima. So che fino alla quinta ne avevamo due, ma non  credo li usassimo molto. 
Alle medie l'intervallo era caotico ed emozionante, si costruivano vere amicizie nei bagni e si distruggevano false certezze in classe. Si doveva imparare a parlare con parole nuove, ci si doveva arrangiare molto, ma senza molti drammi  in caso di fallimento. 
Ricordo la caccia alle etichette dei prodotti, da saper interpretare; il primo compasso e il primo vero, grosso vocabolario compulsato.
Si andava e veniva da soli, si usavano chiodi e martello, si ascoltavano Vivaldi e Ravel e si cantavano canzoni popolari. Si imparava allegramente. Ricordo anche una geografia insegnata così male da farmela odiare per anni. 
Geografia a parte (tutto memorizzato, tutto dimenticato), la mia scuola dei primissimi anni '80 era davvero molto attiva. Scarne nozioni, così scarne che ancora posso ricordare parecchio: dalla lavorazione della lana ben descritta in un orrido cartellone verde, alla poetica (ma mica la chiamava così la prof seduta sopra la cattedra!) di Verga nella novella La Roba; dal suono dell'oboe riconosciuto dentro l'orchestra, al calcolo della circonferenza di tutti gli oggetti circolari a disposizione; dai capitelli dorici-ionici-corinzi, disegnati e cancellati fino a sfinirmi, ai personaggi incontrati nell' "ora di narrativa": il curioso Mowgli,  la testarda Scout, mio segreto "alter ego". 
Nessuna ossessione per i voti: il dibattito rovente  all'epoca riguardava l'introduzione dell'educazione sessuale e, se ripenso alle barzellette che ci raccontavamo, credo fosse davvero opportuna. Nessuna ossessione per i voti e nessun interesse ai voti dei compagni: le differenze dentro la classe erano forti, ma avevano molto a che fare con le barzellette di cui sopra e niente con le verifiche. 
Ricordo un paio di dure "lezioni di rispetto" impartitemi da insegnanti attenti, in modo assai convincente e sufficientemente doloroso, ché di quello avevo certo bisogno.

Al liceo sono arrivate le ricerche in lingua straniera: gli Angli e i Sassoni, i Minnesänger; sono arrivate le versioni e l'incubo di Tacito. Ma sono arrivate anche le uscite a teatro e la partecipazione a conferenze: dalla minuscola scuola di provincia prealpina, ragazzetta un po' selvatica, ho incontrato quel mostro sacro di Salvo Randone nei panni di Enrico IV a Milano e ho posto domande alla parlamentare europea  Cassanmagnago a Como. 
Altro che assenze da giustificare: quando una compagna (eh sì, eravamo tutte fanciulle) viveva un'esperienza extra scolastica di valore, poi la si invitava in cattedra a discuterne. Una scuola che davvero stimolava curiosità, passione, che ti spingeva a mettere le mani in pasta. 
Una suorina ottantenne (eh sì, ero a scuola dalle suore) insegnava matematica: un gigante di un metro e cinquanta, che già ci pungolava perché affrontassimo l'informatica ... di pomeriggio, "liberamente".

Leggo l'articolo sul compianto maestro Manzi e mi chiedo cosa ce ne facciamo oggi, in Italia, di queste personalità. Ah, certo, commemoriamo.

***
Vorrei poter scrivere che
sto conducendo un esperimento sull'impatto della lezione  frontale, ma figuratevi! Ne ho piazzate lì alcune per stanchezza: stanca di mettere in piedi lezioni "attive", che richiedono una preparazione di giorni e una presenza in classe molto energivora, per poi sorbirmi continuamente la tiritera della "scuola dei miei tempi" bla bla.

A dirla tutta, gli antichi già insegnavano che Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu: la comprensione passa per la prassi e l'esperienza, non per la parola.
Ciò che a scuola nessuno dice, ma tutti sanno, è che la "spiegazione" di vetusta memoria è una fantastica comfort zone per alunni e docenti. Io adoro la lezione frontale: devo solo parlare, parlare, parlare, vuoi mettere lo sciallo. Le giovani menti a me affidate possono fingere attenzione pensando al colore delle unghie o alle curve della compagna; sono attori consumati, questi ragazzetti, nel mettere su un'espressione quasi intelligente mentre smembrano evidenziatori e pennarelli, nel lanciare occasionali sguardi interessati, supportati da manine (sporche di pennarello, ovviamente) levate a caso, per rispondere a qualche domanda a caso colta e per caso risuonata nella coscienza del "questo lo so, questo lo posso". Ho visto alcuni quaderni degli "appunti" meravigliosi: con disegni molto istruttivi, artistiche  decorazioni e perfino qualche schema di calcio.
Ambiguo strumento, falso amico di questo stile ascolto-leggo-ripeto, è proprio il libro. Chissà perché, per gli alunni ogni libro sembra essere IL LIBRO: ancora nel 2025, anzi forse più di ieri, i pargoli sono convinti che saper ripetere un paragrafo, due paragrafi, una pagina, un capitolo significhi "sapere". Corollario di questa certezza è che la lezione della prof in cattedra è un apostrofo rosa fra le parole "c'è" (sul libro) e, anche se nel frattempo stai nel chill, poi a casa recuperi.  

Abitualmente, quando affrontano lo sforzo titanico di preparare un'interrogazione a seguito della bella lezione frontale, finiscono per mandare a mente la qualunque, per poi citare - che so - la nuora del generale Taldeitali morta per un attacco di singhiozzo.  Può accadere che una valutazione non eccellente sia seguita da gentile e-mail del genitore in ansia, che può giurare lo studio "matto e disperatissimo" del suo cucciolo.  Ecco, appunto, matto e disperatissimo, non in senso leopardiano.

A volte sono colta dallo sgomento al pensiero-quasi-certezza che qualche mio ex Pierino (o Pierina) abbia cinto la sua nobile fronte con la corona da arrosto (io l'alloro lo vedo sempre bene lì) a furia di  "ripetere". Ho ben in mente  l'espressione da merluzzo in umido di Pierino davanti alle domande vere.  
Così, a fine interrogazione, mentre  commento: "Ragazzi, non arriverete da nessuna parte imparandovi il libro e basta", una vocina interiore mi dice che sto mentendo: ho visto cose. 

***
"Stop! Non voglio sentire il paragrafo a nastro, concentrati sulla consegna: cosa ti ho chiesto di fare?". Faccina contrita, confusa, delusa da "io ho studiato".
È che voglio vederli sudare mentre maneggiano i concetti, recuperano, trovano relazioni. Voglio veder nascere dubbi. 

Mi dispiace, la comfort zone è una trappola per polli. Però, davvero, non so se continuerò a faticare per tenermene fuori e spingerli fuori. Non so se continuerò a dannarmi, massacrando curricoli formali e volumi sempre più costosi, densi, riccamente illustrati. Non so. Sia chiaro, comunque, che la "scuola dei miei tempi" era tutt'altro da ciò che si va vendendo da più parti. Forse è la scuola degli anni Venti il modello.

Non mi piacciono i replicanti, ma si sappia almeno che quella è una zona di comfort anche per me: non mi costa nulla e,  in fondo, le corone da arrosto non sono un problema mio.

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