Un dolore intollerabile.
Un' altra vittima.
E già si fa avanti la squallida sequela dei "ma": ma sono troppo fragili, ma anche ai nostri tempi abbiamo sempre scherzato, ma alcuni atteggiamenti provocano, ma non si integrava, ma ci devono essere delle altre cause, ma, ma.
E, in questo modo, tac! Le nostre coscienze risciacquate alla bell'e meglio e i Paolo, i Michele, i Leonardo, le Caroline da vittime a responsabili in un attimo. Sipario.
Che, poi, tutti i "ma" funzionano benissimo finché un certo giorno, in un certo posto, in un certo contesto è nostro figlio ad essere preso di mira, isolato, segnato a dito. Dite che è impossibile? Ingenui, in bocca al lupo! Ho visto cose, tranquilli, e la vita è lunga; avrei meno fiducia nella buona sorte e nella incrollabile autostima: perché di questo si tratta neh, buona sorte e autostima. O pensiamo sinceramente che i nostri figli siano superiori?
A me non par vero che la risposta possa essere «potenziare i servizi di neuropsichiatria infantile». Come non mi par vero sentire una autodifesa del tipo «coltiviamo la cultura del rispetto, attuiamo progetti contro il bullismo». Ma lo capiamo che ciò che manca non è il rispetto di cento persone, ma l'amicizia di dieci? Che la solitudine è più fatale di qualunque violenza? Che, ben prima del supporto dello psicologo, è necessaria la voce amica dei pari?
Un'altra vittima, dunque. Vittima anche della complicità diffusa, della nostra complicità, vogliamo dirlo? Perché quel male nero, quel dolore sordo ad ogni consolazione, quella disperazione totale che ti fa scegliere la morte a 13, 16, 18 anni non cresce solo su grandi affronti o su aggressioni fisiche, si nutre di ogni schiena girata, di ogni sorriso negato, di ogni invito "dimenticato", di ogni buona parola taciuta. Si nutre del deserto di cui tutti siamo responsabili. Anche noi genitori. Anche noi insegnanti. Siamo responsabili di aver liquidato tante volte il dolore altrui come "cosa di poco conto", di aver tollerato, di aver chiuso gli occhi, di aver detto a noi stessi "cosa ci posso fare io?", di non aver schiaffato in faccia ai nostri figli e ai nostri alunni "forti" - piccole carogne dal comportamento non di rado ineccepibile - che la loro forza è farlocca e vergognosa, che il loro "escludere" è da sfigati, da vigliacchi. Di esserci schierati dalla parte dei "forti" col nostro silenzio.
E davvero a quella madre che oggi piange suo figlio avremmo il coraggio di dire "eh, che vuoi, era troppo fragile"? Di fronte a un morto, l'ennesimo?
Sicuramente c'è chi è troppo fragile, di solito perché altri sono troppo stronzi.
A Gaza muoiono i bambini per l'odio degli adulti, qui muoiono i bambini per l'indifferenza degli adulti. Noi.