UN PAESE VUOL DIRE NON ESSERE SOLI
«Che schifo di posto. Che gente».
Oook baby.
C'è un momento, nella vita di quasi tutti, in cui il paese diventa stretto. Però occhio, baby, non è sempre colpa del paese: spesso il colpevole che cerchiamo — nella mediocrità dei vicini, nell'ombra del campanile, nei pettegolezzi sempre caldi — è uno specchio. Le comunità coese sono quelle che stanno addosso più strette, «ma bada che ci si conosce bene proprio perché i peccati del paese sono, in buona parte, i nostri stessi peccati. Anche quando non pare».
«No guarda, proprio no. Io...».
«Io, io...»
«Ottusa anche tu, come tutti qui. Ma dai, esci dal Matrix, cazzo. Io me ne vado: a Milano, a Londra...»
Ah, non a Dubai? Per dire... C'è Matrix e Matrix.
Spesso, comunque, si parte. Per rivalsa o per fame d'altro, per migliorarci o per un'ambizione che non sa ancora bene cosa vuole, raramente sorretta da un eccezionale talento. È un processo naturale, fisiologico, anche giusto: allontanarsi dall'oggetto osservato migliora la prospettiva.
«Ma certo, vai, baby, vai. Alla tua età, il mondo è ai tuoi piedi».
Poi, accade che si incontri Pavese. Io l'ho incontrato a vent'anni e ho percepito subito che c' era una verità, ma ho impiegato parecchi lustri a trarne le conseguenze. Ognuno ha i suoi tempi e non è detto che sia una questione di età anagrafica: c'è chi arriva a quella consapevolezza per via di un romanzo, chi per una perdita, chi per un'epifania improvvisa.
«Un giorno, da qualche parte, sentirai il profumo di antico dell' erba appena tagliata, penserai ai prati là verso Lüere. Oppure, sentirai come è vuoto il silenzio e ti verrà in mente la voce della zia, che canta ad ogni ora canzoni senza tempo».
«Io ho le cuffie, lo odio il silenzio».
«Già, come non detto. Comunque, sentirai la mancanza di quelle note e ti ritroverai a canticchiare qualcosa di vergognosamente vintage sopra i rumori vomitati da Spotify, baby, fidati. Allora, d'un tratto, imprecherai in dialetto e sorriderai di te».
Ma vai, adesso. Bisogna andarsene e ritornare per capire davvero. Bisogna andarsene anche solo metaforicamente, altrimenti non c'è crescita, la consapevolezza è monca. Il non-paese fa bene; fanno bene la critica, la curiosità, il confronto onesto con ciò che non si conosce. Senza il non-paese, il paese si piega su se stesso e muore d'asfissia, sorridendo alle proprie tradizioni come a reliquie intoccabili. Siano benedetti il distacco ironico, le domande scomode e perfino un pizzico di cinismo scanzonato.
Altra cosa è il contro-paese. Quello sgretola, secca l' anima. È la presunzione di poter fare a meno degli altri, l'illusione che l'individualismo arricchisca, l'amoralità consapevolmente scelta. È una forma di ignoranza particolarmente nociva, perché pretende di ferire. «Si può stare dentro o fuori, vicini o lontani, la differenza è nello sguardo. Fai in modo che il tuo sia sempre buono, cara».
Un paese ci vuole, diceva Pavese, non fosse che per il gusto di andarsene via. Il gusto, appunto. Non il livore, fratello scemo dell' odio, che somiglia troppo alla paura.
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Nella metropoli «c'era il porto, questo sì, c'erano le facce delle ragazze, c'erano i negozi e le banche, ma un canneto, un odor di fascina, un pezzo di vigna, dov'erano? Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m'ero accorto che non sapevo più di saperla».
Cesare Pavese, La luna e i falò