LA MODA DI AGOSTO, NEL MIO PICCOLO ENTOURAGE
La moda di agosto, nel mio piccolo entourage, pare quella di condividere sui social gli interventi di Pellai.
Forse sarà l' ultima volta che mi sbilancio su questo tema; così come è possibile che abbandoni diverse altre strade intraprese. Non perché abbia compreso un errore, ma perché fare una fatica porca per poi passare per devastatrice di giovani menti, anche no.
Mi permetto di precisare che, comunque, l'universo della psicopedagogia, della didattica, della neurologia non si esaurisce in Pellai, ma ci sono anche personaggi come Rivoltella, Gui, Cipresso, Fabiano, per rimanere in Italia.
Parto da ciò che vedo con grande frequenza.
Situazione A.
Ragazzini di 12 anni cercano info in Google e si affidano alla sintesi di AI Overview, una perfetta macchina di allucinazioni. https://www.scienzeforensi.org/blog/?google-ai-overview--notizie-false,-danni-reputazionali-e-le-prime-reazioni-della-giustizia
Parallelamente, adulti che scoprono l'acqua calda perché beccano in flagrante errore ChatGPT (per molte persone AI e ChatGPT sono sinonimi, ahimè) e possono orgogliosamente affermare che "non vale niente", senza farsi sfiorare dal sospetto di usarla male.
Situazione B.
Studenti che in quarta liceo non sanno da che parte affrontare un foglio di calcolo: a dimostrazione del fatto che smanettare con lo smartphone non ha nulla a che vedere con le competenze matematico-computazionali. Che queste competenze nella popolazione scolastica risultino direttamente proporzionali al numero di libri presenti in casa (1) dovrebbe aprirci gli occhi sulla non-dicotomia fra capacità di maneggiare questi strumenti e solido background culturale.
Potrei continuare, ma non serve. Serve, forse, ribadire alcuni concetti - che non svilupperò perché non ho a disposizione un'enciclopedia - che mi sono molto cari.
Innanzitutto introdurre il digitale nella didattica non significa né togliere, né sostituire alcunché, ma aggiungere. Bando a facilonerie: urge una rifondazione della progettazione didattica. I nostri alunni devono continuare (e continuano) a leggere, scrivere, rielaborare, ragionare. Oserei dire che in alcuni casi lo fanno anche più di prima, sicuramente fanno maggior allenamento di integrazione fra i contenuti.
Il dibattito sulla scuola non è più degno di questo nome da parecchio tempo: troppi esperti hanno trovato battaglie da cavalcare pro o contro qualcosa, troppi inesperti si arrogano le competenze per esprimere giudizi e pareri. La mediazione, scriveva Kasper, richiede forza intellettuale: trovare equlibri, capire come e quando correggere il tiro, confrontarsi senza ideologismi dovrebbe essere una virtù che la scuola insegna. Ma da qualche anno, in questo senso, anch'essa non dà gran prova di sé.
Siamo indubbiamente di fronte ad un'emergenza formativa. È un tema estremamente complesso e non solo non esistono soluzioni facili, nemmeno le spiegazioni sono facili. Individuare negli strumenti digitali la fonte di ogni male è solo estremamente rassicurante. Butto là, tanto per fare qualche esempio, alcune delle concause che a occhio non sono così irrilevanti:
• mancanza di occasioni di condivisione fra pari destrutturate e non gestite (la "scuola della strada"): ha comportato innanzitutto la perdita di momenti di confronto immaginativo, scambio verbale spontaneo, dialettica spinta, trasformazione libera di spazi-oggetti-materiali.
• Impoverimento del nucleo familiare: la presenza dentro lo stesso spazio di vita di più membri di ciascuna generazione e di età diverse (nonni, zii, fratelli maggiori e minori, cugini) e l'abitudine al racconto di sé e alla discussione degli eventi implicava acquisizione di lessico, sviluppo di capacità di ascolto, nascita di curiosità e interessi.
• La perdita della scrittura nella quotidianità: dalla lettera all'amico lontano (anche solo la cartolina) all'agenda degli impegni, dal diario personale al programma di viaggio, dal messaggio al nipote che si sposa alla raccolta di ricette. Chi scrive più? In quali occasioni non scolastiche i vostri figli devono scrivere? Quanto spesso vi vedono farlo? E dunque, dove dovrebbero pescare la motivazione per scrivere? Quanti adulti usano rielaborare le proprie esperienze e riflessioni per iscritto?
• La quantità di contenuti disciplinari nel primo ciclo scolastico è considerevolmente aumentata nell'ultimo quarto di secolo. Una sorta di primato dell' informazione (si parla di "secondarizzazione del primo ciclo". Ad esempio sulle riviste specializzate o da parte dell' Associazione docenti e dirigenti); una bulimia di contenuti a scapito della strumentazione di base, che ha tolto spazio allo sviluppo e al consolidamento di cose da nulla come ortografia, calcolo, logica, sintassi del pensiero.
Le competenze digitali richieste ad un individuo per poter esercitare i propri diritti di cittadinanza sono espresse nel DigiComp.
Chi dovrebbe insegnarle? O pensiamo che possano maturare spontaneamente come fragoline di bosco?
Ma l'utenza è il mio datore di lavoro: odio nel modo più profondo il termine utenza, ma lo uso volutamente in senso provocatorio. Perché sì, ho sempre visto nei miei ragazzi, nei loro genitori, nelle loro comunità di provenienza il mio datore di lavoro. E poiché l'utenza sembra aver abbracciato senza dubbi di sorta le tesi di Pellai, rifletterò seriamente sull'opportunità di adeguarmi.
(1) ICILS (International Computer and Information Literacy Study) è un'indagine internazionale della IEA che misura le competenze digitali (scala CIL, Computer and Information Literacy) e il pensiero computazionale (scala CT) degli studenti di terza media.
ICILS 2023 (terza media, IEA): l'Italia migliora molto (CIL: 461→491, sopra media UE 476), ma dietro il dato aggregato restano forti divari Nord-Sud e soprattutto un fattore predittivo sorprendente: i libri in casa (soglia 26 volumi) pesano più di reddito o titolo di studio dei genitori (+48 punti CIL, +44 CT).