LA SAGA DI ENRICO IL PENTOLAIO E LO STRANO DESTINO DELLA SCUOLA DI OGVARTO

(Il nuovo corso della scuola italocentrica mi impone il dovere morale di non indulgere agli anglicismi).

Una storia, una vera e propria saga era ormai nei cuori di tutti: nella storia c'era una scuola meravigliosa, con torri, magie, professori eccentrici e studenti che imparavano perfino dagli errori.
Si chiamava Ogvarto ed era una scuola di Magia. 

Tutti conoscevano Ogvarto, tutti ne parlavano bene, discenti ed insegnanti, padri e accademici, pedagogisti e ministri. Tutti, ma proprio tutti, erano concordi nel dire che quella sì era una bella scuola, con discepoli felici, rispettosi e liberi di essere sé stessi, non semplici contenitori di verifiche; con professori originali e non distributori automatici di programmi; con adulti capaci di accompagnare la crescita, attraverso normali disastri con bacchette, pozioni e creature poco raccomandabili.

La saga di Enrico il Pentolaio, il protagonista, era ormai diventata un piccolo miracolo pedagogico. Ne parlavano i giovani lettori, gli insegnanti e ne parlavano persino gli studiosi, che vi trovavano un perfetto romanzo di formazione: Enrico, con i compagni Ermione e Ronaldo, diventava grande non perché qualcuno avesse consegnato un manuale di istruzioni, ma perché aveva incontrato prove, errori, amicizie e scelte difficili.
Albo Silente, il saggio Direttore di questa scuola, poi, era il sogno di ogni educatore. «Sono le nostre scelte che dimostrano ciò che siamo veramente, molto più delle nostre capacità»: che frase bellissima! Tutti annuivano commossi. 

Poi, finita la lettura, si tornava nella scuola vera e lì accadeva un vero prodigio magico: Ogvarto spariva.

Nelle scuole vere, infatti, spesso Silente lasciava il posto a un elegante funzionario specializzato nell'arte antichissima del "non si sa mai": costui non era cattivo, anzi, era una brava persona, tuttavia, posto davanti a qualsiasi pensiero, sentiva immediatamente il bisogno di consultare tre regolamenti, quattro circolari e almeno un collega. 
Pensare era considerato poco prudente e il Ministro (della Magia?) aveva persino messo in guardia tutti i suoi sottoposti: esprimere pubblicamente un pensiero sarebbe stato considerato oltraggioso. E sarebbe stato punito.  

Quando arrivava un insegnante con una qualche strana idea, il dirigente sorrideva benevolo. «Bellissimo», diceva. E poi aggiungeva: «Ma possiamo farlo senza cambiare nulla?» Il personaggio della saga di Ogvarto segretamente amato e invidiato dalle Direttrici era Dolores Umbrigia. Lei vestiva in modo inappuntabile e sapeva che il segreto di una buona scuola è avere insegnanti efficienti, precisi, controllabili, senza troppe farfalle per la testa. Niente stranezze, niente rischi.

La scuola apparentemente si ispirava a Ogvarto e cercava di introdurre la Magia dando nomi strani a cose vecchie e usando strumenti che facevano apparire e sparire mondi, parole, numeri e figure. Sugli schermi. Diamine, siamo tutti adulti e lo sappiamo che la Magia non esiste davvero. Si fa finta: è normale che la scuola sia una barba, è normale che gli insegnanti vomitino quotidianamente parole, concetti, voti, è normale che un cretino rimanga cretino, mica abbiamo la bacchetta. 

Ogni tanto qualche buontempone o qualche povero di spirito nominava Ogvarto ed Enrico il Pentolaio con un sospiro: la professoressa DeGraniti non avrebbe mai accettato una tabella di controllo per dimostrare di aver insegnato la Trasfigurazione secondo gli standard previsti; Agrido non sarebbe stato obbligato a dimostrare con un corso SOFIA che prendersi cura di una creatura magica sviluppa empatia.
Questi buontemponi - o poveri di spirito - erano bensì tollerati, normalmente, purché non creassero problemi. Quando provavano ad evocare Ogvarto, però, compariva subito qualcuno con una penna in mano e una domanda fondamentale: «Ma è previsto?». 



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