BISANZIO RISPLENDE SUL BOSFORO E CI RIVELA A NOI STESSI
C’è un punto, nella produzione di Francesco Guccini, in cui la canzone diventa visione, cosmologia del presente, in un climax denso di simbolismi. Per me Bisanzio rimane la sua vetta poetica: una canzone che accede a una lingua alta e intrisa di storia antica, che profuma di nobiltà corrotta e di raffinata decadenza intellettuale.
Non ho mai visto il Bosforo e non voglio conoscere Istanbul, perché so che non troverei la Bisanzio che ho nella mente. Luogo scintillante e sospeso, dalle mille favelle, dove il vento porta odore greve di salmastro, di profumi bruciati e di spezie misteriose, i dotti discutono quisquilie fino a sfinirsi sotto cupole brillanti di lacca, pigre etère raffinate ingannano il tempo e la mente di potenti uomini d'ogni risma e provenienza.
Paradossalmente, questo luogo mitico parla del mio presente più di qualsiasi cronaca.
In un tramonto affocato e presago di sovvertimenti, la domanda: “Che oroscopo puoi trarre questa sera, Mago?”
Io lo vedo, il Mago, lo immagino su una terrazza, circondato da pergamene e strumenti astronomici. Mentre il cielo sopra la città favolosa si tinge di scura e innaturale porpora, Filemazio confessa la propria cecità: non sa più leggere i segni. Il suo sguardo ridotto a brancicare attorno si perde tra le cupole che riflettono la luce del crepuscolo. L'odore del mare sale dal porto in tiepide folate inquiete.
Perché il sapere che dovrebbe illuminare la realtà non funziona più? L' anima dell' intellettuale è forse corrotta da chissà quale abuso o ozio? Pare stiano mutando gli astri nelle notti di equinozio, le coordinate si mostrano alterate, vengono a mancare i punti di riferimento: è un mondo in cui gli strumenti critici — lingua, storia, politica, scienza — si inceppano come astrolabi arrugginiti.
Il sapere canonico di fronte alla complessità sospende il giudizio, rinvia. Intorno al Mago, la Civiltà continua a brillare: splendida e caotica, indecifrabile.
Bisanzio è presagio di un crollo imminente. La crisi dell' Occidente.
Il Mago sa che il Bosphoreion non è più occidente. Lo stretto che separa e unisce, che accoglie navi da ogni dove, è un luogo a cui è preclusa un’identità culturale. Lo spazio liminale riconosce sé stesso nell'oro, comune a cupole e monete, nelle storie musive che parlano ora di santità, ora di potere, nella folla multilingue di mercanti e soldati, ladri e pellegrini.
ll Bosphoreion è immagine di un mondo globalizzato in cui le tradizionali categorie culturali - e forse anche quelle morali - non reggono. È un tema etico più che geografico-politico: Bisanzio forse non è mai esistita, non è ciò che credeva di essere.
Come noi.
La città, del resto, offre il repertorio essenziale della decadenza: ippodromo, bordelli, sport-spettacolo di massa e sesso a pagamento, circenses di un impero che si distrae da sé. E mentre il popolo si perde nei suoi divertimenti, la natura è immemore e intatta dalle nostre categorizzazioni, le onde dello stretto continuano a lambire le pietre antiche: che importa a questo mare essere azzurro o verde?
Anche il potere mostra la sua contraddizione più profonda: sacro e impuro. Nei palazzi, odore di incensi e sussurri di funzionari, mosaici dorati e intrighi terreni, l' imperatore è sposo di puttana.
Ma si fa strada l'ammissione di una possibilità: i barbari forse sanno già la verità. Un nuovo sapere, una nuova energia culturale che salva dal putrescente impero potrebbe essere altrove, fuori dai palazzi scintillanti, nelle periferie che odorano di terra e di fumo.
Un nuovo dio vedrà l'Impero ai suoi piedi
Arriva d'oltremare, da terre lontane, ed ha tutto il fascino di ciò che è inusitato e stupefacente; un dio nuovo, una forza emergente che cresce più veloce della capacità di comprenderla. Ho sottovalutato questo nuovo dio: il vecchio Mago lo percepisce senza nominarlo, forse per spocchia intellettuale, forse per paura, forse per incapacità.
Che esso porti il nome di tecnologia, finanza globale, neonazionalismo, si muove fuori dal radar del sapere tradizionale, come un’ombra che passa nelle navate delle basiliche e un odore nuovo che arriva dal porto.
Il sapere vecchio non basta a misurarsi con la nuova religione, ma il nuovo non è ancora nato.
Siamo in una terra di mezzo, come Bisanzio: splendida, inquieta, sospesa.
La resa dell' anziano Mago, curvo sotto il peso degli anni, senza nerbo sufficiente ad affrontare gli enigmi del tempo.
La veglia di Filemazio comincia all’imbrunire, quando la città ancora brulica della sua vita più oscura, e finisce all’alba, quando le cupole si accendono di nuova luce. Non c’è un responso: infine
il Mago ci lascia con una ripetizione ossessiva che segna la resa: “mi addormento… mi addormento… mi addormento”.
Il sonno è la scelta più disonorevole per chi deve interpretare i segni del rempo. L’intellettuale che dovrebbe guarire (protomedico), spiegare (matematico), leggere l' infinitamente grande (astronomo), possibilmente fornire indicazioni (forse saggio), si dichiara vinto e chiude gli occhi.
Non risponde nemmeno alla domanda iniziale: l' ordine è sovvertito e la fine vicina o, banalmente, lui è "troppo vecchio per capire"?
Forse è proprio questo ciò che rende Bisanzio una capolavoro universale: la capacità di raccontare un’epoca che non si capisce, un mondo che non si lascia interpretare, una civiltà che ha perso i suoi strumenti critici; l' incapacità dolente - o l' ottusità colpevole - della cultura ufficiale che riconosce il Caos, mentre intorno l’aria continua a profumare di incenso, i mosaici meravigliosi continuano a splendere e la città si mostra più bella e più viva che mai.