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PERFORMANCE E CONTRIBUTO, IMMAGINE E PAROLA. Dello scrivere
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Si parlava di viaggi, di ricordi, di avventure e la mia giovane interlocutrice se n'era uscita con qualcosa che mi aveva lasciata interdetta: «Ma il mio diario sono le storie di Instagram!». Le stavo consigliando di scrivere, aspiravo ad essere una specie di saggia voce materna e lei mi aveva sistemato, con un filo di spocchia, come una povera scema d'altri tempi. Per scelta, da parecchio non mi perdo più a discutere con le superfici impermeabili, ma: un diario? Le " storiiiies "? Rinuncia totale a qualsiasi riflessione articolata, abdicazione alla parola, nessuna emozione per cui trovare un nome, non un tormento ...una banale vetrina: il tuo diario è un piccolo, triste, centro commerciale dell’anima, mia cara. Mi torna in mente oggi, che sono un po' incupita dagli eventi, quella breve conversazione; mi chiedo quali storie avrà prodotto la fanciulla mentre soffiano questi venti di guerra. Allora immagino la mia young lady i...
Nessun obiettivo politico, nessuna pretesa di sicurezza, nessuna invocazione della storia può giustificare
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https://chiesavaldese.org/la-democrazia-non-si-costruisce-con-i-bombardamenti/ La Comunione mondiale di chiese riformate (Wcrc) è intervenuta sulla crisi in corso in Medio Oriente con una dichiarazione che si apre ricordando come «Di fro nte all’escalation di violenza in Medio Oriente, alziamo la nostra voce con urgenza e chiarezza morale: la guerra deve finire immediatamente. Chiediamo un cessate il fuoco immediato e incondizionato. I bombardamenti devono cessare. La distruzione deve cessare. Il ciclo di rappresaglie deve cessare. Nessun obiettivo politico, nessuna pretesa di sicurezza, nessuna invocazione della storia può giustificare l’incessante perdita di vite umane, la devastazione delle comunità o il trauma collettivo che ora travolge la regione. Ogni bomba che cade seppellisce non solo i cadaveri, ma anche la fragile speranza di pace». La dichiarazione cerca poi di fornire una cornice agli ultimi sviluppi: «L’attuale catastrofe non è priva di storia. Affonda le ...
"INSTA", GNE GNE
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Avete presente gli anni Ottanta? Andava di moda fermare i capelli in alto sulla testa, attorcigliando attorno alla coda di cavallo quei bigodini in schiuma morbida colorati. Orridi. Presumo fossero nati per tutt'altra funzione, ma a qualcuno doveva essere piaciuto usarli così e per qualche tempo noi ragazzine prendemmo lo stesso vezzo. Quanti fra voi hanno qualche volta utilizzato le mollette da bucato per fermare altro? Chiudere sacchetti, fissare un telo... E il bicarbonato? Chi ci lava la verdura, chi lo usa per le pulizie, chi come polvere lievitante, chi per sbiancare i denti. Pare che io "non sappia" usare Instagram. «Ma non ho capito quella foto che hai messo, ma è un libro?» «Perchè non hai messo le foto su Insta, mi piaceva vedere Stoccolma». Io devo stare su Instagram per ragioni personali, ma ci bazzico pochissimo; è un social che non mi piace, però non sono obbligata da contratto ad usarlo "come si deve": non potendo farci la coda di cavallo, né...
Le mie modeste epifanie quotidiane - FEMMINILE PLURALE
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Cara professoressa, quando ci siamo conosciute io non avevo mai preso la metro, mi depilavo di nascosto e di nascosto scrivevo poesie. Nel banco davanti al mio sedeva una bionda da urlo, se la ricorda? Abbronzatura UV e cartella Naj Oleari, già donna fatta. Ne ebbi soggezione finché non mi resi conto che collezionava clamorosi quattro come collezionava deliziose calze Burlington. Lei, professoressa, cosa vedeva in me? La mia sfacciata e falsissima sicurezza, il mio amore faticoso per le pagine scritte, la mia ingenuità di montanara trapiantata? Cosa ero io a quattordici anni? Faccia pulita e unghie mangiucchiate, jeans accuratamente tesi su un sedere perfetto e fiumi di parole, emozioni che toglievano il respiro e sogni piccoli piccoli. Me lo dica lei, cosa, chi apparivo. Io non lo so se posso vederle, le mie piccole donne che crescono. Mi voglio illudere di un candore inesistente. Quand'è che smettono di essere paperelle innocue e diventano temibili gatte? Quando è accaduto ...
PRIMA CHE LA COMPETIZIONE ABBIA INIZIO
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Le maestà delle steppe: bellissimissime le divise dei Mongoli. E i British, così british nei loro adorabili cappottini british, i Cinesi ordinati e azzurri, gli Svedesi vestiti da operai dell'ANAS. Poi c'erano gli Svizzeri un po' annoiati - che forse hanno fretta di gareggiare e mica possono perdere troppo tempo: facevano ciao con la manina e via. Più glaciali degli Islandesi. Gli Statunitensi erano indubbiamente fighi, come devono essere per contratto, un po' bostoniani un po' Pochaontas, però, dai, il montgomery panna anche no, con buona pace di Ralph. Di coreografie e look mi intendo meno che di skeleton, perciò dovrei tacere. Ma, visto che il discorso inaugurale è stato tutto un parlare di Bellezza, oso soffermarmi su ciò che c'è di meno olimpionico alle olimpiadi. La cerimonia finale mi è piaciuta, anche l'animazione con la tizia che cadeva dalle aquile e si schiantava con gli sci trascorrendo rovinosamente da un'Olimpiade all...
CUI PRODEST?
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Ieri Torino, domani chissà.
Ogni volta che una piazza brucia, qualcuno brinda lontano dai tumulti.
E chiunque si illudesse di lottare per qualcosa di giusto, diventa una marionetta che balla per altri.
Balla per i palazzi del potere, che si nutrono dei cassonetti in fiamme. Per chi abita le stanze dei bottoni ogni vetrina rotta è un regalo, ogni disordine una manna: nuove leggi repressive, più telecamere, meno libertà.
La voce vera - quella che chiedeva dignità, attenzione, rispetto - muore sotto le macerie perché i TG parleranno solo di quante aggressioni sono state subite e di quante auto sono state bruciate. «Visto? Sono solo teppisti».
Chiunque si illudesse di lottare per qualcosa di giusto balla per gli estremisti, che usano i manifestanti come carne da macello per le loro fantasie di guerriglia, che ercano lo scontro per nutrire il loro odio e costruiscono i loro piccoli imperi vergognosi sulle nostre ferite.
Chiunque si illudesse di lottare per qualcosa di giusto ball...
POCHI, MALEDETTI E SUBITO. Ovvero, del riposo del professore.
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Sono felice: c'è una buona probabilità che il prossimo anno non litigheremo più fra colleghi per avere il sabato libero. Che sollievo! Pare che si sia orientati a imprigionare a scuola quei poveri fanciulli per nove ore (nove!) un giorno a settimana e ad abbreviare il tempo di lezione. Così mi regalano pure una riduzione oraria senza riduzione di paga, non potrei essere più soddisfatta. Che poi, visto che si tratta di una scelta consapevole e meditata, non dovrò più nemmeno sbattermi a pianificare interrogazioni strategiche a tutela dei tempi di Tiziocaio, potrò infischiarmene delle metodologie laboratoriali e innovative, dei PC delle AI dei tools dello storytelling del porcocane, perché pare che la richiesta sia chiara: l'imperativo è RIDURRE I TEMPI. In pratica, "pochi, maledetti e subito" in versione educational . Chi sa sa, chi capisce capisce. Finalmente un po' di riposo. Ma che è allora questo sapore amaro là in fondo alla gola? È che... Ricordo ...
"NON C'È NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE"? Ovvero, del latino che torna.
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Il Duemilaeventisei sarà l'anno della rinascita classicista, della rivincita tradizionalista, dell'orgoglio nazionalista? Dopo profonda meditazione, tante letture, ascolto silenzioso di considerazioni le più colorate e colorite, sono pronta a sbilanciarmi sulla novità del latino alle "medie". Senza addentrarmi nel ginepraio delle variae sententiae dei docenti di liceo, rimanendo nel mio piccolo mondo - postmoderno e preadolescenziale - credo che non sia una pessima idea, con qualche se e un grosso ma. Perché la reintroduzione del latino abbia davvero un senso, sia fatta per bene e non si esaurisca in una operazione di facciata, tanto per. • Sì, se funzionale alla competenza linguistica. Sia perciò uno studio strutturato in modo che il latino dialoghi con la sintassi italiana. • Sì, se reso significativo da un taglio "evoluzionistico" (filologia romanza sullo sfondo) e da un apprendimento attivo: noi "parliamo latino", possiamo davvero diver...
GIOCHI SEMISERI TRA ME E LEI. Se un progetto non mette qualcuno a disagio...
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Ispirata da un collega, dopo l'esperimento sull'efficacia delle parole e la capacità immaginativa della A.I., ho fatto un altro giochetto. Sotto esame mi ci sono messa io e le ho chiesto di farmi un ritratto. Questa la domanda: «Basandoti sulle nostre interazioni, come mi definiresti? Sii onesta. Adotta uno sguardo ironico e spietato». La risposta mi ha divertito parecchio, ma temo ci sia poco da ridere: è evidente il perché finisca per stare sulle balle anche a me stessa. Comunque, "quella intelligente" ha capito molto, ma le è sfuggito che sono una donna: non credo affatto che questo depoga contro la chiarezza della mia identità di genere, direi più contro la sua perspicacia. Eppure gioca a fare la psicanalista, è spericolata. Ecco qui l'output. «Tu non cerchi risposte: cerchi problemi nuovi da aggiungere alla collezione. Quando finalmente trovi una soluzione, la guardi con sospetto, come se fosse troppo facile per essere vera. Se un’idea non ti resiste...
ARSENICO E VECCHI MERLETTI. Ovvero dello scrivere a mano.
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Il cinema non c'entra: l'arsenico rappresenta la tossicità (di qualunque strumento di lavoro disfunzionale), i vecchi merletti sono la nostalgia (della scuola del buon tempo andato).
"In direzione ostinata e contraria" (cit.), da qualche mese mi trovo involontariamente a fare una specie di fact-checking didattico.
Quello che sto per scrivere non serve ovviamente a un tubo, as usual, se non a riflettere per l'ennesima volta sul fatto che non esistono verità assolute quando si maneggia materiale umano e che, dunque, dovremmo tutti svestire i panni della polarizzazione ideologica. Anche in fatto di apprendimento.
Il postulato quasi universalmente condiviso, in questo caso, è il seguente: scrivere a mano è un toccasana, aiuta la concentrazione, favorisce la riflessione e così via. Ergo: dobbiamo farli scrivere a mano quanto più possibile. Nulla da eccepire, se non la fede cieca. Osservo oramai da circa tre mesi gli alunni "da dietro", essendo in...
Geografie emozionali - STOCCOLMA 1/1
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Alba bianca. Neve nei parchi alberati, biciclette rassegnate, neve sulle sartíe delle barche a vela, neve che canta sotto i piedi. Guanti bagnati, naso bagnato. La casa delle Muse non mostra oggetti, racconta storie, indaga, fa brillare valori. Il Nordiska rivela la convivenza faticosa di queste genti con una natura tanto dura quanto preziosa, la volontà di essere Nazione e insieme la fede salda nella libertà individuale. Evoca il fischio basso del vento nella landa gelata e il gorgoglío del disgelo. Rappresenta l'essenzialità pura con la corteccia di betulla e l'orgia raffinata con la tavola imbandita nella festa borghese. Il Nordiska è la foresta e la città, la determinazione nel lavoro, la lotta silenziosa fra la croce di Cristo e gli spiriti dell'acqua e della caccia. Finalmente mi è chiaro anche il senso del cavallino di legno, simbolo della città presente ovonque, icona della tradizione che incontra l'estetica funzionalista. È...
Geografie emozionali - STOCCOLMA 31
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Ombre lunghe lunghe, canali azzurri, scheletri neri di alberi, linee nette contro il cielo. Il sole raso che filtra attraverso il colonnato del municipio è il primo regalo di quest'ultimo giorno dell'anno. Lo Stockholms stadshus è una struttura rosso cupo, severa. Eppure custodisce sale dorate e carillon. Sarà una metafora da capire? Boh. Oggi si va a curiosare fra la bella gente dei quartieri eleganti, lungo le vie vestite a festa. Che ne sarà di queste strade quando si spegneranno le luci? Che ne sarà della città? Shopping time, o qualcosa di simile, poi la Östermalms Saluhall. C'è chi la definisce "mercato coperto", con un understatement che nemmeno un maggiordomo inglese: caviale di kalix, bistecche di renna , lamponi carnosi e i più sorprendenti frutti esotici, alzate trabordanti di crostacei come cornucopie, tartufi di Gotland. Cerchiamo con caparbietà una soluzione abbordabile alle nostre tasche, pur di non rinunciare al piacere di consum...
Geografie emozionali - STOCCOLMA 30
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La notte ha lasciato al suolo qualche centimetro di neve. Saliamo sul 2, un attimo ed è la fine: dell'isola, nell'arcipelago smisurato, della corsa, perfino dell'illusione di aver capito dove siamo. Un capolinea anonimo e deludente. Non c'è un vero viaggio senza errori, senza correre il rischio non c'è scoperta. L'isola è una lama di vento e poi una collina già raggiunta dal sole obliquo. In basso, il quartiere è raccolto attorno a un cimitero grazioso e a una chiesa calda, dove un organo chiama chi ha bisogno di pregare. Amo questi cimiteri svedesi, percorsi dai bimbi che ruzzolano allegramente per terra e da chi si affretta al lavoro, cimiteri senza tabù. Vorrei avere anch'io un "dopo" non nascosto allo scorrere della vita. Niente indugi, la temperatura non li consente. Attraversiamo di buon passo strade e piazze che forse hanno bisogno solo di un'altra stagione e un'altra ora per essere amate. Cerchiamo frett...